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L’agenda mondiale di Barack Obama

Barack Obama è stato eletto per salvare l’America da un’altra recessione, non per cambiare il mondo. E lui lo sa bene. In cima alla sua agenda tre parole: jobs, jobs, jobs.

Ma posti di lavoro e benessere sociale non sono funzione solo del ciclo e della politica economica. Sempre più dipendono dal modo in cui l’America sta al mondo. Dalle relazioni politiche, commerciali e finanziarie con il resto del pianeta, Cina in testa, che non accetta più il Washington consensus e non dimentica che la crisi in corso è nata a Wall Street. Ma anche dalle guerre che l’America deve o dovrà combattere, anche se ne farebbe volentieri a meno. A cominciare dalla guerra al terrorismo, giunta al suo undicesimo anno. Per continuare con il possibile attacco preventivo all’Iran, d’intesa o meno con Israele, che Obama farà di tutto per evitare ma che potrebbe scoppiare per decisione di Gerusalemme e per il rifiuto iraniano di negoziare sul serio.

La differenza fra politica interna e politica estera è che l’agenda domestica si può largamente progettare, mentre il mondo è troppo vasto e imperscrutabile per chiunque pretenda di modellarlo. Fosse anche il presidente degli Stati Uniti. Specialmente un leader al secondo mandato, eletto da un paese polarizzato fra destra nostalgica della superpotenza solitaria e solipsista che fu – reazionaria in casa e bellicosa nel mondo – e centro-sinistra che vorrebbe curare il malandato orto di famiglia e riportare a casa quanti più soldati possibile. Con le casse pubbliche semivuote e con un Congresso spaccato fra Camera in mano a repubblicani spesso estremisti e Senato a maggioranza democratica limitata.

L’unico non indifferente vantaggio rispetto al primo quadriennio è che Obama non può essere riconfermato, sicché deciderà senza farsi condizionare da pedaggi elettorali.

Ad oggi, l’agenda mondiale del presidente reca tre comandamenti. Primo: stabilire che cosa fare o non fare con la Cina. Secondo: decidere se attaccare o meno l’Iran, con o senza Israele. Terzo: adattarsi al terremoto in corso nella galassia islamica – le ormai autunnali “primavere arabe” – per cercare di influenzarlo e modulare di conseguenza la guerra al jihadismo, basso continuo dell’impegno militare a stelle e strisce. Con un occhio all’eurocrisi, se dovesse rimettere in questione non solo la stabilità sociale e geopolitica europea ma la ripresa dell’economia americana.

Quanto alla Cina. A Pechino si tifava Romney. Perché Obama appare ai “mandarini rossi” come un leader inaffidabile, che finge di dialogare mentre riarma Taiwan o li attacca sulla politica ambientale. Peggio: minaccia di trattare la Repubblica Popolare come un tempo l’Unione Sovietica, strigendo attorno a Pechino insieme agli alleati e a veri o presunti amici asiatici – Australia, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, India – una cintura di sicurezza destinata a contenerne le ambizioni. Peraltro, oggi si apre il cruciale congresso del Partito comunista cinese, all’insegna di una lotta di potere che investe la nomenklatura e che ridefinirà l’approccio agli Stati Uniti e al mondo. Nei prossimi mesi, quando Obama avrà incontrato Xi Jinping, suo neo-omologo designato, potremo capire se i numeri uno e due al mondo sono destinati a cooperare o a scontrarsi.

Sul fronte Iran, Obama farà di tutto per non impelagarsi in un’avventura bellica dalle conseguenze potenzialmente disastrose. Una nuova guerra del Golfo rischierebbe di soffocare i sintomi di ripresa nell’economia americana, di stroncare la crescita asiatica, di sprofondare l’Europa nella depressione e nel caos. In questi ultimi mesi emissari della Casa Bianca hanno cercato di sondare la disponibilità di Teheran a un compromesso sul suo programma nucleare, in cambio della fine delle sanzioni e della riammissione della Repubblica Islamica nel circuito economico e politico internazionale. Ma Netanyahu, probabilmente il leader mondiale meno entusiasta del mancato cambio della guardia alla Casa Bianca, resta convinto che di pasdaran e ayatollah Israele non abbia il diritto di fidarsi. Le probabilità di una guerra che segnerebbe il secondo mandato di Obama, e non solo, paiono ad oggi superiori alle speranze di pace.

Intanto, la guerra al terrorismo continua. Il maggior successo del comandante in capo Obama è stata l’esecuzione di Osama bin Laden, insieme al ritiro dall’Iraq e al contenimento delle perdite in Afghanistan. Ma le conseguenze impreviste delle “primavere arabe” stanno aprendo nuovi fronti bellici.

Ad esempio in pieno Sahara, dove una manciata di terroristi narcotrafficanti ha piantato il vessillo di al-Qa’ida nel Mali settentrionale per farne una base del jihadismo globale. Questa almeno è la visione dominante a Washington e a Parigi (ex capitale coloniale), sancita dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che ha dato via libera a una guerra di riconquista del Sahara perduto, teleguidata da Stati Uniti e Francia. Più in generale, le convulsioni che stanno scuotendo i paesi arabi e islamici costringono Obama a inseguire gli eventi. A conferma che Washington non è in grado di determinare il futuro del Medio Oriente.

Vent’anni fa Henry Kissinger stabilì i termini del dilemma strategico Usa dopo la guerra fredda: «Viviamo l’epoca in cui l’America non può dominare il mondo né ritrarsene, mentre si scopre a un tempo onnipotente e totalmente vulnerabile». Undici anni dopo l’11 settembre, dal suo studio ovale Obama, a dispetto dell’irrinunciabile grandiosità retorica, continua a scrutare l’orizzonte attraverso quel prisma. L’audacia della speranza convive con la cognizione della realtà.

Obama, un centrista per due Americhe

 

Fonte: Limes – Clicca QUI per accedere alla pagina che contiene l’articolo

Barack Obama, il mondo che trovò quattro anni fa e le sfide che lo attendono

L’articolo che segue è stato pubblicato sul sito della nota rivista di geopolitica Limes esattamente quattro anni fa, il 18 novembre 2012, all’indomani dell’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America e ci presenta il mondo così come era visto allora dalla Casa Bianca…

Non ci sono dubbi sul fatto che l’inquilino della Casa Bianca ha segnato una discontinuità con la politica estera del suo predecessore George W. Bush, se non propriamente in termini di contenuti, in termini di forma. Se con Obama gli Stati Uniti d’America hanno dismesso la divisa di “poliziotti del mondo“, arrogandosi il diritto/dovere di imporre la propria visione di “equilibrio” e “sicurezza“, non hanno certamente fatto il minimo passo indietro relativamente alla cura dei propri interessi sullo scacchiere. Anzi, la gestione della politica estera nel segno di Barack Obama e di Hillary Clinton trova il suo miglior risultato nell’attenzione certosina ai riflessi sulla politica interna delle scelte di politica estera.

Il passaggio dall’ unilateralità alla multilateralità, accolta con entusiasmo dalle potenze alleate, ha guadagnato come valida contropartita un’ingente riduzione delle spese militari: gestione condivisa dell’ordine mondiale significa anche condivisione delle spese per gestirla. Il ritiro delle truppe dall’Iraq, annunciato durante la prima campagna elettorale, è sicuramente servito a dare un valido segnale interno di migliore gestione delle risorse economiche, ma non ha dato nemmeno la minima percezione di una diminuzione dell’attenzione degli USA rispetto ai suoi numerosi interessi in quell’area. L’aumento del contingente in Afghanistan con l’invio di 12.000 soldati è sicuramente servito a rassicurare i cittadini statunitensi che il ritiro delle truppe dall’Iraq non sarebbe stato sinonimo di smettere la guerra al terrorismo. A prova di ciò è arrivata l’uccisione di Osama Bin Laden, risultato che, pur se raggiunto con modalità discutibili (si provi ad immaginare reazioni e dietrologie se la stessa operazione fosse stata condotta esattamente allo stesso modo da George W. Bush), ha sicuramente strizzato l’occhio a buona parte dell’elettorato repubblicano. La gestione della guerra in Libia affidata per la maggiore a Francia e Gran Bretagna ha assecondato il sentimento dell’americano medio che non vede di buon occhio i propri soldati impegnati in guerre che non capisce. Il ruolo da relativo spettatore nella (cosiddetta) primavera araba che, in piena camapgna elettorale,  ha offerto il fianco dell’amministrazione ai repubblicani in occasione dell’uccisione dell’ambasciatore Chris Stevens, è forse l’unico neo nei riflessi positivi in politica interna della politica estera di Obama.

Un bilancio certamente positivo considerando anche il fatto che durante il percorso per raggiungerlo il presidente ha intercettato un Nobel per la Pace. Sarà interessante osservare se questo sottile equilibrio tra politica estera e politica interna sarà ancora così sapientemente curato e mantenuto da Obama durante il suo secondo mandato. Alla fine dei prossimi quattro anni Barack Obama non potrà ricandidarsi e, in genere, questa situazione è percepita come ottimale qualora un presidente, libero dall’ansia da rielezionone, si trovi di fronte a scelte relativamente delicate sullee sfide che lo attendono che sono di quelle che segnano un’epoca: la situazione in Medio Oriente che trova il suo punto più delicato nelle tensioni con l’Iran e tra quest’ultimo e Israele; i rapporti con la Cina; la primavera araba con tutte le sue contraddizioni e, infine, ma  non meno importante delle altre, la crisi economica mondiale.

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Il mondo visto dalla Casa Bianca

Limes, 14 novembre 2008.

 

[…]”Gli Stati nazionali, i classici riduttori di complessità nella geopolitica otto-novecentesca che avevano permesso a un’esigua minoranza bianca di dettare le regole del gioco planetario, non sono affatto defunti ma certo non possono pretendere di regolare ogni vite del meccanismo globale. Le organizzazioni internazionali, indigeste all’americanismo radicale, sono al meglio foglie di fico utili a coprire gli interessi di questo o quell’attore nazionale. Quando non si rivelano peggio che inutili negli sfortunati territori che ne ospitano le voraci strutture. Nell’attesa di un «nuovo ordine mondiale», che non si annuncia breve, dobbiamo dunque constatare che non esiste ad oggi alternativa all’anarchia migliore di una qualche forma di bilanciamento fra le maggiori potenze. Meglio, le minori impotenze.
L’obiettivo di Obama è di restaurare l’ammiraglia americana per rituffarla nel mare delle potenze emergenti o riemergenti. Non per dettar legge ma per fondare la propria assai relativa leadership sul riconoscimento reciproco dello status e degli interessi di ciascuno.
Gli Stati Uniti rimangono l’unica potenza onnidimensionale. Esprimono tuttora la prima economia, l’apparato militare supremo, il principale polo tecnologico e culturale. Possono aspirare a restarlo per qualche decennio, se riacquisteranno il senso della misura. Possono perdersi in pochi anni, se cederanno di nuovo alla tentazione di fingersi solitari padroni di un’inesistente stanza dei bottoni globale.”[…]

(Citazione dall’editoriale “Grazia sotto pressione”, da cui è tratta la carta)


Nella carta la raffigurazione di quella che è la percezione degli Stati Uniti circa la collocazione geopolitica dei vari attori nel mondo. Nell’attesa che si definisca la politica estera della nuova Casa Bianca, le relazioni internazionali della potenza americana rimangono segnate dalla distinzione tra partner, di diversa gradazione (consolidati, problematici, critici, nuovi, riemergenti, inaffidabili, ostili ma utili), e Stati sponsor del terrorismo (Siria, Cuba, Iran e Sudan), con inevitabile attenzione dedicata a quelle che sono le principali aree di guerra, guerriglia ed instabilità. Ancora da dipanare è il dubbio riguardante la collocazione strategica della Cina: superpartner o supernemica?

Fonte: Limes – clicca QUI per accedere al sito che contiene l’articolo

Ecomondo, green economy per uscire dalla crisi

Settanta proposte per affrontare la crisi dell’Italia con un nuovo sviluppo in chiave verde da discutere in due giorni. Con questo obiettivo prendono il via a Ecomondo di Rimini gli Stati generali della green economy promossi dal ministero dell’Ambiente e da 39 organizzazioni di imprese verdi. L’appello del presidente Napolitano, letto in apertura del summit è stato esortativo: “L’Italia può e deve, senza ulteriori esitazioni, colmare i ritardi rispetto agli standard europei e darsi più validi presidi nella difesa dell’ambiente e delle biodiversità, nella gestione sostenibile delle risorse naturali, nella valorizzazione del paesaggio e del territorio, nella generale adesione a comportamenti più sobri e rispettosi dell’ecosistema“.

 



Raggiungere standard europei è lo percorso che il governo sta portando avanti “concretamente“, ha spiegato il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, che si è detto “soddifatto” della rielezione di Obama. Che resti alla Casa Bianca per l’Italia “è un bene. Col suo staff abbiamo costruito un’ottima relazione“, ha aggiunto il ministro, “se non fosse stato eletto si sarebbe interrotto il percorso sulle energie rinnovabili. Abbiamo rapporti, per me anche personali, di lunghissima data con il gruppo che lavora con il presidente Obama – ha detto Clini -. Il percorso che hanno avviato sulla green economy è molto importante anche per l’Europa“.

Economia verde contro la crisi.Le imprese che hanno preparato gli Stati generali hanno risultati che dimostrano che la green economy in Italia è la chiave per uscire dalla crisi, ha spiegato Clini. “Oggi ci sono più di 1000 partecipanti ed è importante“, ha continuato il ministro sottolineando che “oggi e domani io e il ministro per lo Sviluppo Economico, Corrado Passera, faremo una riunione con le parti sociali più dinamiche dell’economia italiana ossia le imprese della green economy“. Perché il governo è “impegnato in questo settore” ha aggiunto il ministro. “Abbiamo messo in moto dei meccanismi concreti che rendano più semplici le procedure per fare non soltanto energie rinnovabili ma anche per risanare i siti contaminati industriali e promuovere investimenti in questo settore“. Inoltre, “abbiamo rafforzato le misure di incentivazione per l’efficienza energetica, abbiamo creato un fondo per l’occupazione giovanile nei settori della green economy e il credito di imposta per chi investe in ricerca e innovazione in campo ambientale“.

Fotovoltaico. Sotto le volte della Fiera di Rimini, l’edizione numero 16 di Ecomondo, si è alzato il sipario sull’impianto fotovoltaico realizzato da Green Utility e sviluppato sui 100mila metri quadri di copertura dei padiglioni. Una potenza di 4.332 kWp per rendere il quartiere autonomo sotto il profilo del fabbisogno energetico. “L’impianto si regge da solo – ha osservato Clini – senza incentivi che lo tengano in piedi. E’ la dimostrazione che si può fare“. Quello di oggi, ha sottolineato il presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Edo Ronchi, è il “momento costitutivo della green economy italiana. Un mondo che finora si è mosso in misura frammentata e che qui creerà una piattaforma coordinata, una risposta corale alle aspettative del momento“.

Il programma.
Il percorso per arrivare agli stati generali  della green economy ha preso il via a marzo scorso con la formazione di 8 gruppi di lavoro ed è proseguito con otto assemblee nazionali programmatiche che hanno coinvolto più di 1000 esperti. Il programma per lo sviluppo di una green economy comprende 70 proposte relative a 8 settori: strumenti economici, eco innovazione, efficienza e risparmio energetico, sviluppo delle energie rinnovabili, materiali e riciclo dei rifiuti, servizi  degli ecosistemi, filiere agricole di qualità ecologica e mobilità sostenibile.

In Italia.
Nel 2011 l’ecoinnovazione made in Italy è in flessione rispetto al 2010. Secondo le rilevazioni di Eco-Is (Eco-Innovation Scoreboard, 2011) nell’Europa allargata l’Italia figura al sedicesimo posto contro il 12esimo del 2010. Il dato è contenuto nel “Rapporto sulla green economy” presentato oggi a  Rimini. L’Italia mostra comunque prestazioni positive, anche sopra la media europea: le certificazioni di sistemi di gestione ambientale, la produttività energetica, l’intensità delle emissioni di gas serra, lo sviluppo del lavoro nelle eco-industrie e il turn-over..Possibilità di significativi miglioramenti sono evidenti invece riguardo al valore totale degli investimenti “verdi”.

Esuberi Ilva.
I duemila esuberi non riguardano gli impianti oggetto della autorizzazione. Sono legati prevalentemente alla situazione attuale di mercato. E’ chiaro che nel momento in cui partono gli investimenti per la riqualificazione degli impianti dell’Ilva, questi esuberi potrebbero anche essere assorbiti. Se su questo sono ottimista? Sì, sono molto ottimista“, ha detto il ministro dell’Ambiente Clini. Il ministro ha già convocato i vertici dell’Ilva per venerdì a Roma: “Vogliamo verificare con loro il percorso che intendono seguire per rispettare quello che abbiamo prescritto con l’autorizzazione integrata ambientale. Gli investimenti nell’Ilva saranno un passo importante per la green economy italiana“. “Ilva ha avuto una autorizzazione che prevede un impegno dell’azienda per adeguare le tecnologie di produzione agli standard europei che entreranno in vigore nel 2016. Noi – ha detto il ministro- li facciamo partire subito“. Poi un monito: “Se l’Ilva s’illude di poter continuare a produrre senza aggiornare le tecnologie si sbaglia. Se altri si illudono di poter vietare all’Ilva di investire nelle tecnologie innovative si sbagliano pure“.

Rifiuti di Napoli.
Corrado Clini ha ribadito che ritiene “inaccettabile” che i rifiuti di Napoli o Roma siano smaltiti in Olanda e Germania e ha spiegato che il governo “sta lavorando a una norma che consenta, nel caso fosse necessario, di usare gli impianti che sono presenti in Italia“. “Stiamo creando una pressione molto forte nei confronti delle amministrazioni locali per aumentare la differenziata“, ha spiegato il ministro dell’Ambiente. “Non vogliamo che i rifiuti tornino nelle discariche mal gestite“, ha aggiunto. E, ha continuato, “se gli impianti del centro-nord lavorano a una capacità ridotta, questi impianti devono essere disponibili a contribuire a una soluzione dei problemi italiani“.

 

Fonte: Repubblica.it – Clicca QUI per accedere al sito ed usufruire di tutti gli approfondimenti disponibili

Scontri in Grecia

La polizia greca ha sparato gas lacrimogeni e getti d’acqua per disperdere migliaia di manifestanti che hanno invaso la piazza principale davanti al parlamento, in un massivo spettacolo di rabbia contro i legislatori dovuta al passaggio in parlamento del nuovo pacchetto di austerità.

La violenza è esplosa quando una manciata di manifestanti ha cercato di sfondare una barricata per entrare in parlamento, dove il Primo Ministro, Antoins Samaras, sta tentando di far passare una nuova legge di austerità nonostante l’opposizione di una parte della coalizione di governo.

Ma la sessione parlamentare è stata brevemente interrotta quando i parlamentari si sono messi in sciopero e sono usciti dalla camera in segno di protesta.

Fuori dal parlamento riecheggiavano forti esplosioni mentre i protestanti lanciavano bombe molotov e la polizia rispondeva con gas lacrimogeni e granate stordenti. Fumo e piccoli incendi si sono visti nella strada vicino al parlamento.

Questo è accaduto dopo che un mare di greci aveva sfidato una pioggia costante sventolando bandiere e striscioni che dicevano: “O loro o noi!” e “Fermate questo disastro!”.

In tutto, circa 100.000 protestanti, alcuni cantando “Combattete! Stanno bevendo il nostro sangue!”, hanno invaso la piazza e le strade laterali in una delle più grandi manifestazioni viste in mesi, ha detto la polizia.

I manifestanti tenevano in alto bandiere italiane, portoghesi e spagnole in solidarietà con le altre nazioni del sud Europa che stanno sopportando piani di austerità.

“Queste misure ci stanno uccidendo poco a poco e ai legislatori non importa niente”, ha detto Maria Aliferopoulou, una 52enne, madre di due figli, che vive con 1000 euro al mese.

“Sono ricchi e hanno tutto, mentre noi non abbiamo niente e stiamo combattendo per le briciole, per sopravvivere”.

Il trasporto pubblico è stato interrotto; scuole, banche e uffici governativi sono stati chiusi e la spazzatura è stata ammucchiata per le strade per il secondo giorno della due giorni di sciopero nazionale, indetto per protestare contro il voto.

Sostenuti dall’opposizione di sinistra, i sindacati dicono che le misure colpiranno i poveri e salveranno i ricchi, mentre aggraveranno la recessione quinquennale che ha spazzato via un quinto della produzione del paese e portato la disoccupazione al 25 percento.

FONTE: Reuters

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=bVVzr5SxWkY

In Spagna farmacie in rivolta

Le farmacie di Valencia, Alicante e Castellón, città della Comunidad Valenciana in Spagna, hanno iniziato ieri uno sciopero ad oltranza per protestare contro il debito di 450 milioni di euro che il governo regionale detiene nei loro confronti.

 

Dal 5 novembre in poi due su tre farmacie saranno chiuse ogni giorno, a rotazione, finché il debito non sarà pagato.

I farmacisti sostengono che le autorità regionali stesse li hanno portati a dover ricorrere a questo, facendo si che scivolassero in una “situazione drammatica che li ha costretti a dover chiudere indefinitamente”.

Il governo regionale della Comunidad Valenciana deve alle farmacie cinque mesi e mezzo di pagamenti.

La scorsa settimana riuscirono a saldare appena metà del debito di aprile e di quello di maggio usando i soldi del Fondo de Liquidez Autonómica (FLA).

“Questa mossa ci lascia dove eravamo, visto che mercoledì dovremo aggiungere un altro mese al debito in corso”, si lamentano i farmacisti.

FONTE: ThinkSpain

Disoccupazione in Europa all’11,6% in settembre

I dati ufficiale resi pubblici mercoledì hanno mostrato che la disoccupazione nei 17 paesi dell’euro-zona ha toccato il record di 11,6% in settembre, un segno che l’economia si sta deteriorando mentre i governi non riescono a prendere il polso alla loro triennale crisi del debito.

 

Il tasso rilevato da Eurostat, l’ufficio statistico dell’UE, è stato più alto del precedente dato di agosto, 11,5%. In totale 18,49 milioni di persone risultavano disoccupate nella zona euro in settembre, più di 146.000 in più dal mese precedente, il più grande incremento negli ultimi tre mesi.

Mentre il tasso di disoccupazione dell’euro-zona è salito costantemente durante l’anno passato, con l’economia intenta ad affrontare la crisi finanziaria e i tagli alle spese dei governi, gli Stati Uniti hanno visto il loro corrispondente tasso scendere al 7,8%. I dati USA sono previsti per oggi.

Con l’economia dell’euro-zona che langue, molti economisti pensano che la disoccupazione aumenterà nei prossimi mesi e il deterioramento del quadro economico presto tornerà a spaventare gli investitori dopo questa breve pausa.

“I mercati finanziari si sono calmati un po’, ma crediamo che il deterioramento dell’economia ci porterà presto a nuovi livelli di crisi”, ha detto Tim Ohlenburg, economista al Center for Economics and Business Research di Londra.

Cinque paesi dell’euro-zona sono già in recessione: Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e Cipro, e altri si prevede che li raggiungeranno presto.

FONTE ARTICOLO: Herald News

La crisi economica raccontata da un’infografica del Guardian

Un’infografica interattiva del Guardian racconta la crisi economica europea al suo terzo anno.

Guardando indietro sembra solo ieri che il mondo si rese conto che l’Europa era insolvente. Purtroppo come mostra una sorta di camminata a ritroso nella memoria, un’infografica interattiva del Guardian, sono ormai passati più di tre anni da questo articolo dell’ottobre 2009 del Financial Times: “Greece vows action to cut budget deficit”, che diede il via alla crisi e nel quale il Primo Ministro di allora, George Papandreu, rivelò un enorme buco nei dati economici ufficiali, e che il deficit di bilancio era il doppio di quanto era stato precedentemente previsto. Il resto è storia, e ora la Grecia è un guscio vuoto, con la disoccupazione fuori misura, le sue finanze e l’economia nel caos ed il paese intero asservito come veicolo finanziario per mantenere solventi le banche europee e la BCE.

La malaria torna in una Grecia lacerata dalla crisi

Gli enti sanitari globali hanno emesso avvisi ai viaggiatori verso la regione più colpita del sud del paese, con timori che Atene possa essere colpita molto presto.

I budget di austerità hanno portato a tagli drastici alle strategie comunali di irrorazione di spray antizanzare per combattere le malattie trasmesse dall’insetto, tra cui la malaria.

 

Altre malattie trasmesse dalle zanzare che sono ritornate in Grecia includono il virus del Nilo occidentale.

Le statistiche mostrano che ci sono stati 70 casi di malattie trasmesse da zanzare in Grecia nei primi nove mesi dell’anno.

La grande maggioranza sono state contratte all’estero, ma più del dieci per cento sono state trasmesse all’interno del paese. La malattia è stata registrata in sette regioni del paese.

Gli scienziati hanno avvertito che si tratta di una questione di tempo prima che la malattia si diffonda nella capitale, Atene. Quest’anno solo otto dei 56 distretti intorno ad Atene si sono impegnati nell’irrorazione dello spray antizanzare.

La stretta di bilancio si sta aggravando con il governo greco sotto pressione per trovare altri 11 miliardi di euro, tramite tagli al budget, per assicurarsi il bail-out europeo il mese prossimo.

L’American Centre for disease Control la scorsa settimana ha avvertito i viaggiatori che l’epidemia continua a crescere. I visitatori della regione più colpita, Evrotas, sono stati invitati a prendere la pillola antimalarica.

Johan Giesecke, dell’European Centre for Disease Prevention and Control, ha detto che le malattie dovrebbero essere parte del passato per l’Europa. Ha detto: “È un problema serio”.

Medicins Sans Frontiers (MSF), la carità internazionale, sta offrendo al sud della Grecia il tipo di trattamento che solitamente fornisce all’Africa sub-sahariana.

“Per un paese europeo, lasciare che questo tipo di situazione si sviluppi e non venga controllata è un grande problema”, ha detto Apostolos Veizis, direttore del supporto medico-operativo in Grecia.

“Non puoi correre dietro la malaria. In un paese dell’Unione Europea, non dovremmo correre in emergenza dietro una malattia come questa. Anche in Africa nei paesi con scarse risorse, possiedono un piano nazionale in attuazione. Ciò che io mi aspetto da un paese che è membro dell’EU è almeno questo”.

Circa 16 milioni di turisti visitano la Grecia ogni anno e praticamente nessuno si è occupato delle precauzioni necessarie per prevenire le malattie trasmesse dalle zanzare.

 FONTE: The Telegrph

Benzina e gasolio, crollo dei consumi a settembre.

Il mese di settembre ha fatto registrare un vero e proprio crollo nei consumi di benzina e gasolio per autotrazione. Secondo l’analisi del Centro studi Promotor Gl Events, la benzina ha fatto segnare una contrazione del 18,2%, mentre per il gasolio la diminuzione è stata del 15,1%. Per gli esperti di Promotor “si tratta di una caduta assolutamente eccezionale, se si considera che è con benzina e gasolio che si realizza la stragrande maggioranza dei trasporti di persone e dei trasporti di merci“.

L’analisi si sofferma poi sulle possibili cause di questa forte contrazione: “Il calo è legato essenzialmente a due fattori. Il primo è la frenata dell’economia reale dovuta alle politiche adottate per far fronte alla crisi dell’Euro. Il secondo fattore è invece costituito dai livelli estremamente elevati dei prezzi dei carburanti per autotrazione in Italia che è sempre il più alto d’Europa, con uno scarto rispetto alla media di 27,4 centesimi di cui ben  23,6 dovuti a un maggior carico fiscale, mentre per il gasolio l’Italia occupa il secondo posto in Europa con uno scarto rispetto alla media di 27,4 centesimi di cui 24,3 dovuti al maggior carico fiscale“.

Lo studio di Promotor prosegue poi nel dettaglio esaminando anche i dati disponibili dall’inizio del 2012: “I pessimi risultati di settembre influiscono anche sul consuntivo dei primi nove mesi dell’anno. I consumi complessivi di benzina e gasolio sono, infatti, calati del 10,1%. Dato tuttavia che il prezzo medio ponderato rispettoallo stesso periodo del 2011 è aumentato del 16,6% per la benzina e del 20,2% per il gasolio, la spesa complessiva cresce del 7% e si attesta a quota 50,8 miliardi. Di questa imponente cifra 27,5 miliardi vanno al Fisco e 23,4 miliardi vanno all’industria e alla distribuzione (componente industriale). Occorre però segnalare che la quota del Fisco cresce del 15,9%, mentre quella che va ai produttori e consumatori cala dell’1,8%. E’ dunque essenzialmente l’Erario a trarre vantaggio dalla drammatica situazione del mercato  dei carburanti per autotrazione“.

Oltre ai motivi esposti nell’analisi del Centro studi Promotor, seppure in minima parte, il calo dei consumi di settembre è dovuto anche alla conclusione di iniziative promozionali e sconti vari come la campagna “Riparti con Eni” che solo nell’ultimo weekend che è stata in vigore ha visto l’erogazione dai suoi distributori di oltre cento milioni di litri. Nei dodici weekend di durata dell’iniziativa sono stati effettuati oltre 50 milioni di rifornimenti per un volume totale erogato superiore a un miliardo di litri. (m. r.)

 

Fonte: Repubblica Motori (Repubblica.it)

Apocalisse Maya, una realtà per i concessionari di automobili.

Arriva la le Legge di stabilità per l’anno 2013 e l’aumento dell’Iva (che salirà di un punto dal luglio 2013: quella al 10 va all’11% e quella al 21 al 22%) fa infuriare i concessionari di auto italiani.

I 5 miliardi di minori imposte dovute al taglio Irpef vengono di fatto annullati dall’incremento dell’Iva. Siamo allibiti“, commenta a caldo Filippo Pavan Bernacchi, presidente di Federauto, l’associazione che rappresenta i concessionari di auto, veicoli commerciali, veicoli industriali e autobus di tutti i marchi commercializzati in Italia. “La nostra è un’economia basata sui consumi e la politica fiscale del Governo Monti ha colpito e colpisce i consumi, producendo la moria di centinaia di migliaia di imprese, negozi, alberghi, artigiani, e chi più ne ha più ne metta. Basta vedere come hanno demolito i beni di lusso e la nautica. Anche criminalizzando chi possiede un certo tipo di beni, a prescindere se frutto di proventi leciti e meritati. Tutto questo produce disoccupati a ciclo continuo. L’Iva su un telefonino incide pochi euro, su un autoveicolo pesa in media 220 euro per ogni punto. Con questa coltellata alle spalle un cliente pagherà quindi l’auto 440 euro in più rispetto all’era pre-Monti. E infatti il mercato auto ha perso il 40% circa dal 2007 a oggi. E le nostre aziende stanno morendo con 220.000 posti di lavoro a rischio. Quest’anno si venderanno meno di 1.000.000 di auto ai privati. Un dato che per la filiera dell’automotive italiana fa impallidire la profezia dei Maya“.

Federauto ritiene che il taglio dell’Irpef, collegato all’aumento dell’Iva, sia solo fumo negli occhi per i cittadini, che però non si fanno più abbindolare. E’ chiaro che il Paese cadrà ancora più in recessione.

Noi non siamo contro il professor Monti – Conclude Pavan Bernacchi – ma contro la sua politica. Possibile che non si renda conto di come sta distruggendo l’economia reale? Quando chiude un’azienda o delocalizza, non è che girando un interruttore riapre. Ci vogliono anni e devono essere ricreate le giuste condizioni. A questo si aggiunga la beffa del provvedimento che partirà a gennaio 2013 sull’auto elettrica, promosso dall’onorevole Ghiglia e altri, che tutta la filiera non vuole. Proponiamo ancora di bloccarlo e destinare quei milioni di euro ai terremotati o ad abbassare le accise sui carburanti. Sono soldi pubblici buttati e noi che ne beneficeremmo non li vogliamo. Quando troveremo interlocutori che sono disposti a ragionare senza preconcetti per ridisegnare la mobilità del futuro?“.

 

Fonte: Repubblica Motori (Repubblica.it)

Provvedimento Cieli Bui, i benefici.

Intesa come campanello di allarme che ha segnalato l’insostenibilità degli attuali sistemi economici la crisi economica fa mostra, tra tante negatività, di un importantissimo aspetto positivo. Attribuire le cause della sua origine alla grande speculazione economica è un concetto miope e funzionale a giustificare comportamenti e negligenze che riguardano tutti. Siamo infatti noi gli attori principali della società del consumo e dello spreco. Il consumismo,  risposta acritica e insensata della “società usa e getta”  all’usura programmata dei prodotti e al bisogno indotto e confezionato a tavolino delle multinazionali, è la degenerazione del capitalismo. Lo spreco, il depauperamento di risorse destinate addirittura al “non-usa e getta lo stesso”, è la degenerazione del consumismo. La crisi economica impone un ripensamento, una marcia indietro, una presa di coscienza della scarsità delle risorse e della necessità di una loro allocazione e distribuzione efficiente. La crisi economica induce governi e governati a rivalutare il risparmio riposizionandolo tra i valori necessari. In quest’ottica è sicuramente da apprezzare il provvedimento “Cieli bui” che il Governo Italiano sta discutendo. La riqualificazione degli ipianti di illuminazione pubblica secondo criteri di ammodernamento degli impianti e razionalità nella diffusione centra il doppio obiettivo di un notevole risparmio energetico e della riduzione dell’inquinamento luminoso. E’ questo il classico provvedimento a costo zero che, se attuato, otterrà un indotto di benefici superiori alle aspettative: risparmio energetico e riduzione delle emissioni, casse un po’ più piene (ma di questi tempi è meglio dire meno vuote) e riduzione dell’inquinamento luminso che ci regalerà cieli stellati mozzafiato. Vi sembra poco? – segue l’estratto del provvedimento «Cieli bui» contenuto nella bozza in discussione da parte del governo…

1. Per finalità di contenimento della spesa pubblica, di risparmio di risorse energetiche, nonché di razionalizzazione ed ammodernamento delle fonti di illuminazione in ambienti pubblici, con decreto del Presidente del Consiglio, su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e delle infrastrutture, nonché con il Ministro dell’economia e delle finanze, da adottare entro . giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabiliti standard tecnici di tali fonti di illuminazione e misure di moderazione del loro utilizzo fra i quali, in particolare:

a) spegnimento dell’illuminazione ovvero suo affievolimento, anche automatico, attraverso appositi dispositivi, durante tutte o parte delle ore notturne;

b) individuazione della rete viaria ovvero delle aree, urbane o extraurbane, o anche solo di loro porzioni, nelle quali sono adottate le misure dello spegnimento o dell’affievolimento dell’illuminazione, anche combinate fra loro;

c) individuazione dei tratti di rete viaria o di ambiente, urbano ed extraurbano, ovvero di specifici luoghi ed archi temporali, nei quali, invece, non trovano applicazione le misure sub b);

d) individuazione delle modalità di ammodernamento degli impianti o dispositivi di illuminazione, in modo da convergere, progressivamente e con sostituzioni tecnologiche, verso obiettivi di maggiore efficienza energetica dei diversi dispositivi di illuminazione.

2. Gli enti locali adeguano i loro ordinamenti sulla base delle disposizioni contenute nel decreto di cui al comma 1. Le medesime disposizioni valgono in ogni caso come principi di coordinamento della finanza pubblica nei riguardi delle regioni, che provvedono ad adeguarvisi secondo i rispettivi ordinamenti.

In Spagna disoccupazione al 24,6%

Il tasso di disoccupazione in Spagna sale ulteriormente in settembre a causa dell’accelerazione dei licenziamenti nel settore dei servizi al termine della stagione estiva.

I dati del Ministero del Lavoro hanno mostrato che il tasso di disoccupazione è salito dell’1,7% con 4,7 milioni di cittadini senza impiego.

La cifra era salita anche ad agosto sempre a causa della flessione di fine stagione.

“C’è un certo rallentamento del tasso di crescita della disoccupazione, ma il dato negativo è che il lavoro continua a scomparire” ha detto Estefania Ponte, responsabile dell’economia al Trading Housa Cortal Consors.

Ha detto che questi dati suggeriscono che il tasso di disoccupazione in Spagna, già il più alto dell’Unione Europea, potrebbe toccare il 25% nel terzo quarto.

I dati mensili sulla disoccupazione indicano il numero di spagnoli registrati come senza lavoro, mentre il tasso di disoccupazione, che ha toccato il livello record di 24,6% nel secondo quarto, è una misurazione ufficiale ed è considerato un indicatore più affidabile del mercato del lavoro.

I dati mostrano che la maggior parte dei posti di lavoro persi sono nel settore dei servizi, che comprende hotel e ristoranti che sono i più colpiti dal commercio turistico.

FONTE: Reuters

La miseria della Zona Euro non è mai stata così alta

Mentre il Misery Index dell’Iran raggiunge livelli eccezionali e quello degli USA ha toccato il massimo lo scorso ottobre, la miseria in Europa continua a salire a causa dei problemi politici ed economici. Come nota SocGen la miseria nel Regno Unito è tornata a livelli alti ed il Misery Index della Zona Euro non è mai stato così alto. Questi indici chiaramente riflettono il deterioramento economico dei maggiori dieci paesi con particolari e poco sorprendenti deboli performance da parte di Grecia e Spagna che guidano la salita dell’indice europeo. Viste le previsioni di recessione attese per il prossimo anno per alcuni paesi, le prospettive di questo indicatore sono tuttavia peggiori.

Euro-Zona: Misery Index record. La situazione nell’Euro-Zona è peggiorata durante l’estate: il tasso di disoccupazione ha raggiunto il record di 11,4% in agosto, mentre l’inflazione annua sale dal 2,4% al 2,6% portando il Misery Index al suo record (14%). Con una prospettiva di disoccupazione particolarmente nera l’indicatore non pare poter cambiare direzione facilmente.

L’US Misery Index: sotto osservazione. La discesa da 8,3% a 8,1% del tasso di disoccupazione di agosto non è stata sufficiente per compensare l’aumento dell’inflazione (dal 1,4% al 1,7%). Come risultato l’US Misery Index è cresciuto lievemente. Sebbene la disoccupazione americana sia molto meno preoccupante di quella europea, rimane comunque un fattore di rischio per quanto concerne le prospettive del Misery Index.

Il Misery Index del Regno Unito punta al nord. Pur essendo in possesso dei soli dati di luglio, si può prevedere, in attesa dei prossimi, che la disoccupazione e l’inflazione deterioreranno l’indice come previsto nel grafico.

 

Spagna e Grecia: Misery Indices convergenti. L’indice di miseria della Spagna ha superato quello della Grecia nel secondo quadrimestre e ora è circa il doppio di quello della zona Euro (25,93% contro 13,7%). Con tassi di disoccupazione del 24% in entrambi i paesi è chiaro da dove derivino le loro performance. L’inflazione annua dei due paesi è più soddisfacente con un 1,3% contro un 2,4% della zona Euro (dati di giugno), ma sfortunatamente i continui piani di austerità influiranno negativamente sulla domanda interna e quindi sulla disoccupazione portando il Misery Index a livelli più elevati.

L’Iran invia un sottomarino e un cacciatorpediniere nel mezzo dell’esercitazione navale internazionale

Lo Stretto di Hormuz

L’Iran ha inviato un sottomarino Tarag-901 della Classe Kilo ed un cacciatorpediniere Sahand nel mezzo dell’esercitazione navale internazionale che si tiene in questi giorni nel Golfo Persico nei pressi dello Stretto di Hormuz, una delle vie più importanti per il commercio del petrolio. Partecipano all’esercitazione almeno 30 nazioni tra le quali Stai Uniti, Gran Bretagna, Francia e numerosi altri paesi. Il movimento strategico, ordinato dall’Ayatollah Ali Khamenei, arriva all’indomani delle dichiarazioni di Tehran di avere l’intenzione di chiudere lo stretto qualora si verificasse un attacco da parte di Israele e del congiunto di paesi presenti nel golfo, ipotesi che sembra piacere al Primo Ministro Israeliano Benjamin Netanyahu. Mohammad Ali Jafari, comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica dell’Iran, ha invece dichiarato di sentirsi tranquillo sulla veridicità dei fini dichiarati per la presenza delle navi nel golfo: “Questa esercitazione è una esercitazione difensiva e non ne percepiamo nessuna minaccia”.

Apocalisse Fiat

Il Giorno del Giudizio sembra essere alle porte per la Fiat, Fabbrica Italiana Automobili Torino, che le Fabbriche in Italia vorrebbe chiuderle o cederle, e le Automobili vorrebbe farle a Detroit.

Interpreta contemporaneamente i  ruoli di profeta, salvatore e angelo sterminatore, l’amministratore delegato Sergio Marchionne.

 

L’articolo che segue, firmato da Massimo Mucchetti e pubblicato dal Corriere.it  offre un’accurata analisi della crisi che attanaglia il lingotto che si conclude con la soluzione più razionale.

 

Il Lingotto e la carta tedesca

Tanto tuonò che piovve. Incalzato da Diego Della Valle e da Cesare Romiti, l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha rilasciato un’intervista a la Repubblica che ha titolato su 5 delle 6 colonne della prima pagina: «La Fiat resterà in Italia». Lo strillo promette, ma possiamo dirci tranquillizzati? La risposta è: no. Ecco perché.

L’esternazione del top manager era stata preparata, il giorno prima, da un lungo elogio dell’economista Alessandro Penati. Perché, si era chiesto Penati riecheggiando l’ex direttore dell’ Economist , Bill Emmott, negli Usa si osanna Marchionne e in Italia lo si critica in modo così aspro? Perché questo Paese è conservatore e consociativo, refrattario all’economia di mercato, è stata la risposta: identica a quella del giornalista britannico. Musica per la Torino del Lingotto. Una beffa per la Torino operaia, anzi per l’Italia operaia. Un rebus per la classe imprenditoriale divisa tra chi crede ancora nelle virtù taumaturgiche di Marchionne e chi ormai manifesta scetticismo, anche senza ricorrere ai toni sgarbiani del signor Tod’s, che possono sì fissare un concetto nell’immaginario collettivo ma di sicuro non aiutano a risolvere i problemi. Certo, né a Penati né a Emmott viene il dubbio che gli osanna americani dipendano dal fatto che a Detroit si lavora a pieno regime, mentre a Mirafiori si riesce a farlo solo 3 giorni al mese; che negli Usa l’industria automobilistica è stata salvata dai miliardi della Casa Bianca, mentre in Italia il governo – Berlusconi o Monti, in questo caso cambia poco – non può o forse anche non vuole fare alcunché. E tuttavia, nonostante l’assist, il leader della Fiat non ha dissipato nessuno dei timori sul ridimensionamento degli investimenti Fiat in Italia.

Marchionne ha speso due argomenti, peraltro non nuovi: a) la Fiat non ha progettato altri modelli per l’Europa e i mercati evoluti perché, se l’avesse fatto, avrebbe perso miliardi data la crisi epocale della domanda di automobili; b) il buon momento della Chrysler serve a salvare la Fiat in Italia.

Sul primo argomento è inutile ripeterci troppo. Gli altri produttori di automobili non hanno interrotto i cicli di rinnovo dei modelli, la Fiat ha saltato gli ultimi due. Tutti ciechi, gli altri? Marchionne, con la benedizione del suo azionariato, ha scelto di concentrare le munizioni sul fronte più promettente in questo momento: gli Usa. Ma ci andrei piano con i miti globali. Globali sono la Toyota, la Volkswagen, la Ford, la Gm, la Mercedes, la Bmw e la Renault-Nissan. Vista in prospettiva, la Fiat non appare molto più globale di com’è stata altre volte in passato. Ci fu un’epoca in cui la Fiat possedeva la Seat in Spagna (ceduta a Volkswagen), la Simca in Francia (finita alla Chrysler), la Zastava in Jugoslavia. La Fiat aveva già la grande unità produttiva polacca. A Belo Horizonte ha aperto negli anni Settanta: il Brasile l’hanno scoperto gli arzilli vecchietti. In Unione Sovietica, Agnelli e Valletta erano andati ancor prima. Non aveva gli Usa, la Fiat. È vero. Ma di questo passo si sta giocando l’Europa. E l’Europa non è solo un mercato ancora grande, ma anche e soprattutto è il cuore e la testa dell’automobile. Molto più degli Usa, dove si fabbricano principalmente dei baracconi. Alla fine, quale sarà il saldo?

Sul secondo argomento, servono ancor meno parole. Marchionne avverte: «Se la Fiat vuole essere partner di Chrysler, deve essere affidabile». Ma non ci era stato detto che era stata la Fiat a comprare la Chrysler? E Steven Rattner, l’obamiano zar dell’auto, non aveva bocciato l’autosalvataggio della casa di Auburn Hills perché era indietro di 10 anni? Adesso scopriamo che la legge la dettano dall’altra parte dell’Atlantico. Non perché siano capaci di fare macchine migliori, ma perché di là si guadagna, dopo aver perso a rotta di collo. E si guadagna perché il governo ha pagato con i denari dei contribuenti la chiusura di decine di stabilimenti e ha dunque tagliato i costi fissi di Detroit. Esauriti i due argomenti, eccoci ai silenzi.

Nel pur lungo colloquio, il capo del gruppo Chrysler-Fiat non ha affrontato i tre nodi reali sui quali la Fiat Spa è chiamata a fare i conti. Il primo è la sovraccapacità produttiva in Europa. La recessione l’ha accentuata, ma c’era anche prima e rendeva fin da subito poco credibile il raddoppio della produzione previsto da Fabbrica Italia. In sede Acea, l’associazione europea dei produttori di auto, Marchionne ha sostenuto l’idea di coordinare le chiusure delle fabbriche di troppo e di assegnare alle società incentivi pubblici alla bisogna. Com’era avvenuto per l’acciaio. Ma per i tedeschi solo le case non abbastanza brave hanno fabbriche in eccesso. Dunque, chiudano loro, e senza aiuti di Stato. Marchionne ha attaccato i tedeschi. È stato respinto. Che cosa conta di fare, adesso? Torino ha già lasciato Termini Imerese. La francese Psa dice che, forse, taglierà 8 mila posti. La Opel, probabilmente, smantellerà qualcosa. Ma non basta. Anche perché la Fiat va peggio della concorrenza ed è dipendente da un mercato, quello italiano, che soffre più di tutti. Promettere che la Fiat resterà in Italia significa poco se non si spiega con quanti stabilimenti, con quante persone, con quali risorse e per fare che cosa. Sostiene Marchionne: «Mi impegno, ma non posso farlo da solo. Ci vuole un impegno dell’Italia». La storia dei suoi investimenti – tutti sussidiati dai Paesi dove li ha fatti: Usa, Brasile, Serbia – fa sospettare che Marchionne stia per bussare a quattrini con il governo. Se così non è, restiamo in attesa di capire in che cosa consista il «contributo dell’Italia».

Il secondo nodo su cui continua il silenzio è la disponibilità della Volkswagen ad acquistare il marchio Alfa Romeo, assieme a uno stabilimento italiano che, altrimenti, verrebbe chiuso. Il Corriere sta dando informazioni in materia. Abbiamo anche indicato il nome della banca – la Lazard – che ha presentato l’idea sia a Marchionne sia ad Elkann. Oggi aggiungiamo che esperti tedeschi hanno visitato tutti e quattro gli stabilimenti in teoria papabili: Mirafiori, Cassino, Melfi e Pomigliano. Hanno pure stilato un rating . Queste visite fanno pensare che qualcosa possa accadere. Che magari entri nel pacchetto anche un po’ di tecnologia. Stupisce il disinteresse di Cisl e Uil e dei sindacati minori davanti alla possibilità che un investimento estero, fatto dalla casa automobilistica più forte d’Europa, venga a risolvere una parte dei problemi aperti dal declino della Fiat in Italia e a portare un po’ di concorrenza. E stupisce anche il silenzio dei tanti aedi della concorrenza. Temono di disturbare i manovratori? In ogni caso, questa è anche materia del governo che parla tanto di attrarre i capitali esteri e forse farebbe bene a intervenire prima che le situazioni degenerino come a Termini Imerese o, per altre produzioni, a Portovesme.

Il terzo punto sul quale Marchionne tace è quello finanziario: del debito e della moneta. Il debito Fiat è ancora considerato spazzatura, le sue obbligazioni junk bond . Pesa certamente il rischio Italia, ma ancor più pesa il rischio Fiat-Chrysler (nonostante i primi profitti americani). Basta confrontare i differenziali tra i Btp e i Bund e quelli tra le obbligazioni Fiat e le obbligazioni Volkswagen per accertare come da anni i primi siano inferiori ai secondi. Che cosa ha in animo di fare la Fiat per risalire la china che la svantaggia nella competizione con case che già investono di più e in aggiunta si finanziano a tassi inferiori? Che senso ha benedire Monti e non porgli il problema dei tedeschi che finanziano le vendite ai clienti a tasso zero o quasi grazie al fatto che entrambi, noi e loro, stiamo nell’euro, ma loro sopra e noi sotto?

Prima che sia troppo tardi, e cioè prima che la politica del carciofo adottata da Marchionne abbia consumato anche l’ultima foglia, è forse il caso di affrontare la questione Fiat come una grande questione industriale del Paese, nel rispetto dei ruoli di ciascuno, ma andando tutti – azionisti, management, sindacati, banche e governo – oltre le chiacchiere vaghe e il duello infantile tra paure e desideri per cominciare ciascuno, da adulto, a prendersi le proprie responsabilità.

Fonte: articolo firmato da  Massimo Mucchetti e pubblicato sul Corriere.it. Clicca QUI per accedere al sito e fruire di tutti gli approfondimenti a disposizione)

Se i nazisti fossero (stati) evasori?

Si inserisce necessariamente come appendice del nostro particolare per-corso di economia, Crisi Economica e Profezie,  l’articolo di Ermanno Cavazzoni apparso nel prestigioso inserto culturale dell’edizione domenicale del Sole 24 ore. Quando si parla di “evasione fiscale” sono lampanti gli effetti apocalittici sulle economie ed è quasi impossibile trovare economisti pronti a riconoscerne qualche effetto positivo. L’evasione fiscale è il male assoluto perpetrato da un  più o meno folto, a seconda delle culture nazionali,  drappello di furbi e manigoldi che sottraggono soldi destinati al benessere generale sotto forma di beni e servizi pubblici per insaccarli nelle loro tasche. Nulla da obiettare. Ma dove non arriva la scienza esatta dei numeri, dove non arriva la scienza sociale dell’economia, arriva la “letteratura”, qui assunta nel suo senso più ampio che riesce a fare  dell’immaginazione il necessario strumento di analisi e riflessione altrimenti mancante. Ermanno Cavazzoni, se i nazisti fossero evasori

 

Uno “sguardo” al debito pubblico mondiale.

Sempre più spesso  si sente parlare di “debito dello Stato” o, usando un termine più tecnico e preciso, di “debito pubblico“.

Personalmente non mi è mai bastata una definizione per afferrare al meglio un concetto. In questo caso mi ritengo fortunato perchè  Franco Severo, un freelance che scrive su Focus e Focus.it, ha avuto la brillante idea di rendere visibile il denaro relativo al debito pubblico, e lo fa in un modo semplice e sorprendente.

Scopro così che i mitici 100 milioni di dollari altro non sono che un “bancale” di banconote da 100, e che il debito pubblico mondiale equivale a “una citta intera realizzata con grattacieli di denaro. Ogni torre ha un’altezza di 100 piani e ogni piano vale 10 milioni di dollari“.

(clicca QUI per vedere il “debito mondiale per immagini”)

A quanto ammonta il valore di una città così costruita? Presto detto:

7.600.000.000.000 $

ossia:

7.600 miliardi di dollari!

 

E’ davvero necessario un esperto o  un profeta per capire che siamo nella mer….?

Natale apocalittico in Spagna…, senza la tredicesima.

I dipendenti pubblici spagnoli si preparano al Natale apocalittico del 2012 con le tasche tristemente vuote. Che il “verde” insieme al “blu” vada progressivamente sostituendo il tradizionale “rosso” come colore natalizio è un fatto di moda noto a tutti. Purtroppo una cosa è un Natale verde, un’altra è un Natale al verde. La notizia fresca di stampa in questa calda mattinata dell’11 luglio 2012 è l’annuncio del premier spagnolo Mariano Rajoy della soppressione della tredicesima per i dipendenti pubblici cui verranno anche ridotte ferie e permessi sindacali. Alla tranciante riduzione salariale sarà aggiunto l’aumento dell’IVA dal 18 al 21%. Non posso fare a meno di chiedermi e di chiedere: se si riducono gli stipendi, ossia il potere d’acquisto, della popolazione e si aumentano i prezzi dei beni e dei servizi prodotti  il mercato come cavolo fa a funzionare?

 

 

Crisi economica e profezie (parte 2)

Nella prima tappa del nostro percorso abbiamo messo da parte la parola profezia per concentrarci sulla parola econonomia, approdando all’analisi della cosiddetta economia delle cose, che si può riassumere in un semplice concetto: il capitalismo è stato scientemente fatto degenerare nel consumismo che divora risorse per produrre superfluo destinato a sempre nuovi bisogni indotti e, quindi, in brevissimo alla pattumiera sinonimo di distruzione ambientale.

Esiste una distinzione netta tra economia reale ed economia finanziaria.

L’economia reale, che per lunghi tratti coincide con l’economia delle cose, si può definire come la produzione e la distribuzione di beni e servizi. L’economia finanziaria si può definire come la gestione di capitali attraverso mezzi finanziari quali possono essere azioni, titoli di stato…

Approfondiremo più avanti entrambi i concetti. Quello che ci serve sapere adesso è che se l’economia reale coincide con l’economia delle cose, l’economia finanziaria coincide con quella che possiamo definire l’economia della carta.

Economia della carta vuol dire che i soldi acquisiscono quasi esclusivamente un valore nominale, scritto su un foglio di carta appunto o, se preferite, sul monitor di un pc.

Quando si sente dire che lo “spred tra titoli di stato e bund tedeschi è salito” vuol dire che l’interesse pagato dall’Italia a chi compra una quota del suo debito, si è alzato rispetto a quanto paga la Germania a chi compra una quota del debito tedesco, ovvero il rischio che l’Italia non riesca a restituire il denaro è molto più alto rispetto alla Germania.

Un’operazione di economia finanziaria può essere così descritta: una banca invece di concedere un mutuo ad un tasso di interesse relativamente basso (ad esempio del 4% annuo) ad un’azienda per l’acquisto di un macchinario all’avanguardia o ad una “giovane coppia” che vuole acquistare la sua prima casa, preferisce acquistare quote del debito italiano che frutteranno un interesse annuo maggiore (ad  esempio il 7%).

Ecco che un investimento in denaro invece di tramutarsi in beni, e quindi in economia reale, rimane “sulla carta” nel limbo dell’economia finanziaria.

Qualcuno potrebbe obiettare che la banca alla fine dell’operazione disporrà di più denaro da indirizzare all’economia reale. Ecco, il punto è proprio questo. La banca (e qui con “banca” vogliamo intendere anche e soprattutto una serie di entità, dagli Stati alle agenzie di investimento) non lo sta facendo più da un bel pezzo.

E da quando la finanza mondiale si è concentrata sui profitti provenienti dall’economia della carta qualche economista ha iniziato a profetizzare la crisi economica.

E’ questo il caso di Lyndon LaRouche, controverso uomo politico ed economista statunitense (anche se pare non abbia mai conseguito una laurea)  che nel curriculum vanta diversi scritti di economia contenenti una serie di profezie economiche che si sarebbero tutte avverate.

A lui Giovanni Minoli, autorevole giornalista, dedica il seguente  interessante passaggio nel suo seguitissimo “La Storia siamo Noi”:

httpv://www.youtube.com/watch?v=CkhvKO1pLNc

Ecco che la parola profezia e il concetto di “profezia economica” torna preponderante nel nostro percorso completamente depurato da ogni sfumatura esoterica.

 

 

Grecia fuori dall’Euro, lo scenario è davvero apocalittico?

L’uscita della Grecia dall’Euro è davvero preludio di scenari apocalittici?

Claudio Borghi, economista docente all’Università Cattolica di Milano, editorialista ed ex managing director di Deutsche Bank  è qui intervistato da Claudio Messora, noto videoblogger, e ci offre una buona “ora di lezione” sull’argomento e non mancheranno le sorprese.

httpv://www.youtube.com/watch?v=fhzwE1oNA30

Il video dura troppo? Clicca qui per leggere il testo dell’intervista.

 

Voto in Grecia: “diretta stampa”

Gli occhi del mondo guardano tutti la Grecia. La culla della civiltà cui l’occidente deve “se stesso”, si trova di nuovo, come raramente avviene, a rappresentare un punto di svolta epocale. Come la polis greca ha fatto da spartiacque nella storia della civiltà occidentale e mondiale, è immaginabile che  le elezioni greche del 17 giugno 2012, segneranno uno spartiacque nella storia del mondo.

C’era un’Europa e un Mondo “prima delle elezioni del 17 giugno 2012“.

Ci sarà un’Europa e un Mondo “dopo le elezioni del 17 giugno 2012

Per seguire in “diretta stampa” questo passaggio cruciale Apocalittici mette a disposizione i link di alcuni dei maggiori quotidiani nazionali ed esteri:

Repubblica               Corriere della Sera               Il Sole 24 Ore

Tutti i quotidiani nazionale della Grecia      Le Monde           New York Times

Frankfurter Allgemeine Zeitung

 

Se tutti i soldi spesi dagli Stati per l’Euro fossero stati spesi in beni e servizi per la gente?

Da che la memoria mi sostiene non faccio altro che ricordare di:

  • Sforzi per entrare nell’Euro: erano gli anni 90 e l’Euro si chiamva ancora ECU, e mi ricordo parole come Europa, Moneta Unica, CEE, e tasse ed eurotasse e altre tasse, e ancora tasse, e fiumi di soldi, all’epoca “milamiliardi” di lire;
  • Sforzi per restare nell’Euro: era il primo decennio del secolo e ci risiamo con manovre si manovre, tasse su tasse, fiumi e fiumi di soldi indirizzati rendere l’economia italiana compatibile con l’eurozona il tutto in piena crisi economica, prima annunciata nella prima metà del decennio
  • Sforzi per contrastare la crisi dell’Euro: e via con rigore e pareggio di bilancio, salvataggi di stato e quant’altro e tutto a suon di miliardi e miliardi e miliardi….

Adesso mi chiedo: ma se tutti questi fiumi di miliardi dei quali si conosce benissimo la sorgente, le tasche della gente, e si ignora completamente percorso e foce, che da oltre due decenni scorrono come ectoplasmi  da banca centrale a banca centrale, da stato a stato, da banca a banca, fossero stati semplicemente spesi in beni e servizi per la gente?

Semplifico la domanda ripetendone la parte essenziale:

cosa sarebbe successo all’economia mondiale e al benessere generale se tutti questi fiumi di miliardi e miliardi fossero stati semplicemente spesi in beni e servizi per la gente?

Come il ciclo naturale dell’acqua. Se la gente è la sorgente del fiume di soldi dovrebbe essere naturale che, dopo aver concluso il loro ciclo, questi tornino alla sorgente.  O no?

 

Possibile apocalisse finanziaria, piano antipanico del G20.

L’Europa e il mondo seguono con il fiato sospeso l’esito delle elezioni greche. Sono giornate di attesa e di scenari ipotizzati e immaginati dove a far da comune denominatore è la parola panico. Le conseguenze di un’eventuale uscita della Grecia dall’Euro, pur essendo state studiate e ristudiate, restano inimmaginabili.

euro in criseLe Banche Centrali del G20 si dicono “pronte a  intervenire” nel caso di una vittoria della sinistra radicale in Grecia ritenuta il preludio della sua uscita dall’Euro. L’intervento consisterebbe in una forte immissione di liquidità per evitare una reazione a catena che coplisca altri paesi, in primis Spagna e Italia, e a seguire anche paesi extraeuropei.