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Israele – Gaza, venti di guerra

Riprendono a soffiare venti di guerra sul Medio Oriente, con Gaza che rischia di essere al centro di un nuovo conflitto. Nelle ore successive all’uccisione del capo del braccio militare di Hamas, Ahmed Jaabari, c’è stata un’escalation di lanci di razzi verso Israele e di raid di rappresaglia isralienai: il bilancio complessivo delle ostilità è di 15 palestinese (tra cui una donna incinta e almeno due bambini, di 7 anni e undici mesi) e tre civili israeliani uccisi.

I caccia e i droni israeliani hanno bersagliato per tutta la notte obiettivi palestinesi, depositi di armi e covi di Hamas. Una campagna aerea intensa come non accadeva da tempo. I miliziani delle Brigate al-Qassam hanno reagito lanciando decine di razzi verso il deserto del Negev: la metà sono stati intercettati dallo scudo anti-missile Iron Dome, ma qualcuno è arrivato a bersaglio. Uno ha colpito un palazzo di appartamenti a Kiryat Malakhi, facendo almeno tre morti.

Dal Sudan si è fatto sentire Khaled Meshaal, capo del politburo di Hamas: «Israele ha i giorni contati». Ma Israele minaccia: «È solo l’inizio, faremo quel che è necessario per riportare la quiete nel sud». Il presidente dell’Anp, Abu Mazen, ha sospeso un tour in Europa ed è precipitosamente rientrato a Ramallah. La Russia protesta: raid «sproporzionati». E l’Iran attacca, «terrorismo organizzato». E mentre a Gaza, in uno sfoggio di retorica anti-Israele si celebrano i funerali del «martire» ucciso, sono chiuse le scuole in Israele del sud, nel raggio di 40 km dalla frontiere e chi vive a meno di 7 km non esce di casa. I caccia israeliani sorvolano Gaza, convogli di jeep militari e almeno due enormi camion con a bordo ruspe sono stati visti avanzare sul terreno: Israele, che ha già messo in preavviso i riservisti per la possibile offensiva terrestre su Gaza.

Si muove intanto la diplomazia per evitare il precipitare degli eventi. Nella notte italiana il presidente Usa, Barack Obama, ha parlato con il premier, Benjamin Netanyahu e il presidente egiziano, Mohamed Morsi: il presidente ha riaffermato il diritto di Israele di garantire la propria autodifesa dal lancio dei razzi dalla Striscia, ma ha anche chiesto a Netanyahu di evitare vittime civili. Allarmato, è sceso in campo anche Morsi («Aggressione inaccettabile, siamo accanto al popolo palestinese), che ha chiesto agli Usa di intervenire. All’orizzonte, c’è lo spettro di un bis di Piombo Fuso, l’operazione militare di Israele su Gaza a cavallo tra 2009 e 2012: 3 settimane e oltre 1.400 morti palestinesi.

Anche il numero uno della Russia, Vladimir Putin, ha telefonato a Netanyahu: il capo del Cremlino ha lanciato un appello al premier israeliano affinché le parti esercitino il massimo di moderazione, evitino un’ulteriore escalation della violenza, le cui vittime includono i civili, e facciano di tutto per riportare la situazione a uno stato di normalità”. In precedenza Mosca aveva definito «sproporzionata» l’offensiva aerea israeliana su Gaza.

 

Fonte: lastampa.it

L’agenda mondiale di Barack Obama

Barack Obama è stato eletto per salvare l’America da un’altra recessione, non per cambiare il mondo. E lui lo sa bene. In cima alla sua agenda tre parole: jobs, jobs, jobs.

Ma posti di lavoro e benessere sociale non sono funzione solo del ciclo e della politica economica. Sempre più dipendono dal modo in cui l’America sta al mondo. Dalle relazioni politiche, commerciali e finanziarie con il resto del pianeta, Cina in testa, che non accetta più il Washington consensus e non dimentica che la crisi in corso è nata a Wall Street. Ma anche dalle guerre che l’America deve o dovrà combattere, anche se ne farebbe volentieri a meno. A cominciare dalla guerra al terrorismo, giunta al suo undicesimo anno. Per continuare con il possibile attacco preventivo all’Iran, d’intesa o meno con Israele, che Obama farà di tutto per evitare ma che potrebbe scoppiare per decisione di Gerusalemme e per il rifiuto iraniano di negoziare sul serio.

La differenza fra politica interna e politica estera è che l’agenda domestica si può largamente progettare, mentre il mondo è troppo vasto e imperscrutabile per chiunque pretenda di modellarlo. Fosse anche il presidente degli Stati Uniti. Specialmente un leader al secondo mandato, eletto da un paese polarizzato fra destra nostalgica della superpotenza solitaria e solipsista che fu – reazionaria in casa e bellicosa nel mondo – e centro-sinistra che vorrebbe curare il malandato orto di famiglia e riportare a casa quanti più soldati possibile. Con le casse pubbliche semivuote e con un Congresso spaccato fra Camera in mano a repubblicani spesso estremisti e Senato a maggioranza democratica limitata.

L’unico non indifferente vantaggio rispetto al primo quadriennio è che Obama non può essere riconfermato, sicché deciderà senza farsi condizionare da pedaggi elettorali.

Ad oggi, l’agenda mondiale del presidente reca tre comandamenti. Primo: stabilire che cosa fare o non fare con la Cina. Secondo: decidere se attaccare o meno l’Iran, con o senza Israele. Terzo: adattarsi al terremoto in corso nella galassia islamica – le ormai autunnali “primavere arabe” – per cercare di influenzarlo e modulare di conseguenza la guerra al jihadismo, basso continuo dell’impegno militare a stelle e strisce. Con un occhio all’eurocrisi, se dovesse rimettere in questione non solo la stabilità sociale e geopolitica europea ma la ripresa dell’economia americana.

Quanto alla Cina. A Pechino si tifava Romney. Perché Obama appare ai “mandarini rossi” come un leader inaffidabile, che finge di dialogare mentre riarma Taiwan o li attacca sulla politica ambientale. Peggio: minaccia di trattare la Repubblica Popolare come un tempo l’Unione Sovietica, strigendo attorno a Pechino insieme agli alleati e a veri o presunti amici asiatici – Australia, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, India – una cintura di sicurezza destinata a contenerne le ambizioni. Peraltro, oggi si apre il cruciale congresso del Partito comunista cinese, all’insegna di una lotta di potere che investe la nomenklatura e che ridefinirà l’approccio agli Stati Uniti e al mondo. Nei prossimi mesi, quando Obama avrà incontrato Xi Jinping, suo neo-omologo designato, potremo capire se i numeri uno e due al mondo sono destinati a cooperare o a scontrarsi.

Sul fronte Iran, Obama farà di tutto per non impelagarsi in un’avventura bellica dalle conseguenze potenzialmente disastrose. Una nuova guerra del Golfo rischierebbe di soffocare i sintomi di ripresa nell’economia americana, di stroncare la crescita asiatica, di sprofondare l’Europa nella depressione e nel caos. In questi ultimi mesi emissari della Casa Bianca hanno cercato di sondare la disponibilità di Teheran a un compromesso sul suo programma nucleare, in cambio della fine delle sanzioni e della riammissione della Repubblica Islamica nel circuito economico e politico internazionale. Ma Netanyahu, probabilmente il leader mondiale meno entusiasta del mancato cambio della guardia alla Casa Bianca, resta convinto che di pasdaran e ayatollah Israele non abbia il diritto di fidarsi. Le probabilità di una guerra che segnerebbe il secondo mandato di Obama, e non solo, paiono ad oggi superiori alle speranze di pace.

Intanto, la guerra al terrorismo continua. Il maggior successo del comandante in capo Obama è stata l’esecuzione di Osama bin Laden, insieme al ritiro dall’Iraq e al contenimento delle perdite in Afghanistan. Ma le conseguenze impreviste delle “primavere arabe” stanno aprendo nuovi fronti bellici.

Ad esempio in pieno Sahara, dove una manciata di terroristi narcotrafficanti ha piantato il vessillo di al-Qa’ida nel Mali settentrionale per farne una base del jihadismo globale. Questa almeno è la visione dominante a Washington e a Parigi (ex capitale coloniale), sancita dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che ha dato via libera a una guerra di riconquista del Sahara perduto, teleguidata da Stati Uniti e Francia. Più in generale, le convulsioni che stanno scuotendo i paesi arabi e islamici costringono Obama a inseguire gli eventi. A conferma che Washington non è in grado di determinare il futuro del Medio Oriente.

Vent’anni fa Henry Kissinger stabilì i termini del dilemma strategico Usa dopo la guerra fredda: «Viviamo l’epoca in cui l’America non può dominare il mondo né ritrarsene, mentre si scopre a un tempo onnipotente e totalmente vulnerabile». Undici anni dopo l’11 settembre, dal suo studio ovale Obama, a dispetto dell’irrinunciabile grandiosità retorica, continua a scrutare l’orizzonte attraverso quel prisma. L’audacia della speranza convive con la cognizione della realtà.

Obama, un centrista per due Americhe

 

Fonte: Limes – Clicca QUI per accedere alla pagina che contiene l’articolo

Barack Obama, il mondo che trovò quattro anni fa e le sfide che lo attendono

L’articolo che segue è stato pubblicato sul sito della nota rivista di geopolitica Limes esattamente quattro anni fa, il 18 novembre 2012, all’indomani dell’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America e ci presenta il mondo così come era visto allora dalla Casa Bianca…

Non ci sono dubbi sul fatto che l’inquilino della Casa Bianca ha segnato una discontinuità con la politica estera del suo predecessore George W. Bush, se non propriamente in termini di contenuti, in termini di forma. Se con Obama gli Stati Uniti d’America hanno dismesso la divisa di “poliziotti del mondo“, arrogandosi il diritto/dovere di imporre la propria visione di “equilibrio” e “sicurezza“, non hanno certamente fatto il minimo passo indietro relativamente alla cura dei propri interessi sullo scacchiere. Anzi, la gestione della politica estera nel segno di Barack Obama e di Hillary Clinton trova il suo miglior risultato nell’attenzione certosina ai riflessi sulla politica interna delle scelte di politica estera.

Il passaggio dall’ unilateralità alla multilateralità, accolta con entusiasmo dalle potenze alleate, ha guadagnato come valida contropartita un’ingente riduzione delle spese militari: gestione condivisa dell’ordine mondiale significa anche condivisione delle spese per gestirla. Il ritiro delle truppe dall’Iraq, annunciato durante la prima campagna elettorale, è sicuramente servito a dare un valido segnale interno di migliore gestione delle risorse economiche, ma non ha dato nemmeno la minima percezione di una diminuzione dell’attenzione degli USA rispetto ai suoi numerosi interessi in quell’area. L’aumento del contingente in Afghanistan con l’invio di 12.000 soldati è sicuramente servito a rassicurare i cittadini statunitensi che il ritiro delle truppe dall’Iraq non sarebbe stato sinonimo di smettere la guerra al terrorismo. A prova di ciò è arrivata l’uccisione di Osama Bin Laden, risultato che, pur se raggiunto con modalità discutibili (si provi ad immaginare reazioni e dietrologie se la stessa operazione fosse stata condotta esattamente allo stesso modo da George W. Bush), ha sicuramente strizzato l’occhio a buona parte dell’elettorato repubblicano. La gestione della guerra in Libia affidata per la maggiore a Francia e Gran Bretagna ha assecondato il sentimento dell’americano medio che non vede di buon occhio i propri soldati impegnati in guerre che non capisce. Il ruolo da relativo spettatore nella (cosiddetta) primavera araba che, in piena camapgna elettorale,  ha offerto il fianco dell’amministrazione ai repubblicani in occasione dell’uccisione dell’ambasciatore Chris Stevens, è forse l’unico neo nei riflessi positivi in politica interna della politica estera di Obama.

Un bilancio certamente positivo considerando anche il fatto che durante il percorso per raggiungerlo il presidente ha intercettato un Nobel per la Pace. Sarà interessante osservare se questo sottile equilibrio tra politica estera e politica interna sarà ancora così sapientemente curato e mantenuto da Obama durante il suo secondo mandato. Alla fine dei prossimi quattro anni Barack Obama non potrà ricandidarsi e, in genere, questa situazione è percepita come ottimale qualora un presidente, libero dall’ansia da rielezionone, si trovi di fronte a scelte relativamente delicate sullee sfide che lo attendono che sono di quelle che segnano un’epoca: la situazione in Medio Oriente che trova il suo punto più delicato nelle tensioni con l’Iran e tra quest’ultimo e Israele; i rapporti con la Cina; la primavera araba con tutte le sue contraddizioni e, infine, ma  non meno importante delle altre, la crisi economica mondiale.

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Il mondo visto dalla Casa Bianca

Limes, 14 novembre 2008.

 

[…]”Gli Stati nazionali, i classici riduttori di complessità nella geopolitica otto-novecentesca che avevano permesso a un’esigua minoranza bianca di dettare le regole del gioco planetario, non sono affatto defunti ma certo non possono pretendere di regolare ogni vite del meccanismo globale. Le organizzazioni internazionali, indigeste all’americanismo radicale, sono al meglio foglie di fico utili a coprire gli interessi di questo o quell’attore nazionale. Quando non si rivelano peggio che inutili negli sfortunati territori che ne ospitano le voraci strutture. Nell’attesa di un «nuovo ordine mondiale», che non si annuncia breve, dobbiamo dunque constatare che non esiste ad oggi alternativa all’anarchia migliore di una qualche forma di bilanciamento fra le maggiori potenze. Meglio, le minori impotenze.
L’obiettivo di Obama è di restaurare l’ammiraglia americana per rituffarla nel mare delle potenze emergenti o riemergenti. Non per dettar legge ma per fondare la propria assai relativa leadership sul riconoscimento reciproco dello status e degli interessi di ciascuno.
Gli Stati Uniti rimangono l’unica potenza onnidimensionale. Esprimono tuttora la prima economia, l’apparato militare supremo, il principale polo tecnologico e culturale. Possono aspirare a restarlo per qualche decennio, se riacquisteranno il senso della misura. Possono perdersi in pochi anni, se cederanno di nuovo alla tentazione di fingersi solitari padroni di un’inesistente stanza dei bottoni globale.”[…]

(Citazione dall’editoriale “Grazia sotto pressione”, da cui è tratta la carta)


Nella carta la raffigurazione di quella che è la percezione degli Stati Uniti circa la collocazione geopolitica dei vari attori nel mondo. Nell’attesa che si definisca la politica estera della nuova Casa Bianca, le relazioni internazionali della potenza americana rimangono segnate dalla distinzione tra partner, di diversa gradazione (consolidati, problematici, critici, nuovi, riemergenti, inaffidabili, ostili ma utili), e Stati sponsor del terrorismo (Siria, Cuba, Iran e Sudan), con inevitabile attenzione dedicata a quelle che sono le principali aree di guerra, guerriglia ed instabilità. Ancora da dipanare è il dubbio riguardante la collocazione strategica della Cina: superpartner o supernemica?

Fonte: Limes – clicca QUI per accedere al sito che contiene l’articolo

Vince Obama.

E’ stata la notte di Barack Obama che stravince facendo suo il secondo mandato di quattro anni. Il Wall Street Journal titola secco “Obama sconfigge Romney”. Determinanti  Florida e Ohio.

Gli stretti margini della differenza di voti in Ohio sono stati analizzati dagli strateghi repubblicani per capire se esistessero gli estremi per una richiesta di nuovo conteggio o per ricorsi in tribunale.La questione è stata, però, chiusa dalla telefonata di rito di Romney che ha dichiarato: “Prego per il suo successo alla guida del Paese“. Un indice di spiccata maturità democratica e un esempio di correttezza istituzionale nei cui confronti certa politica dovrebbe togliersi il cappello.

Lo Staff di Apocalittici aggiunge la sua voce, ancora insignificante, al coro delle congratulazioni al presidente Obama augurandogli un semplice e significativo

Buon Lavoro

 

Election Day USA 2012

Apocalittici.it segue con grande attenzione le elezioni più importanti del mondo. Barack Obama sarà ancora inquilino alla Casa Bianca o  dovrà cedere il posto al repubblicano Mitt Romney?

Il presidente in carica Barack Obama in Iowa, nell’ultimo appuntamento elettorale della campagna, ha risposto “dobbiamo finire il lavoro” a Mitt Romney che da Manchester, in New Hampshire, ha chiuso la sua campagna elettorale mandandogli a dire “da domani è un nuovo inizio“.

seguono gli orari di chiusura dei seggi dei vari Stati e i possibili effetti dei risultati sul risultato finale…


  • ore 19.00, chiudono i seggi in Virginia. Lo stato, che conta 13 Grandi Elettori, potrebbe fare da prima cartina al tornasole stabilendo se ci troveremo di fronte ad un risultato chiaro o se tra i due candidati sarà battaglia all’ultimo voto.
  • ore 19,30 chiudono i seggi dell’Ohio. Questo stato conta 18 Grandi Elettori ed è  cruciale per entrambi i candidati . Vincere qui equivale a mettere una seria ipoteca sulla poltrona in Casa Bianca. In pratica se Obama vincesse in Ohio potrebbe permettersi sonore sconfitte in Colorado, in Virginia e in Florida, senza compromettere la vittoria.
  • ore 20.00 chiudono i seggi in Florida, che conta 29 Grandi Elettori, New Hampshire e Pennsylvania.
  • ore 21 si chiudono i seggi in Colorado e Wisconsin, che valgono complessivamente 19 Grandi Elettori. Secondo gli esperti del New York Times se un candidato si aggiudicasse entrambi gli Stati spalancherebbe la sua porta della Casa Bianca.
  • alle ore 21.00 chiudono i seggi In Iowa.

 

Approfondimenti:

Come funzionano le elezioni negli Stati Uniti d’America: il sistema elettorale

I Grandi Elettori

 

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DIRETTA SULL’ELECTION DAY

Repubblica

SkyTg24

New York Times

Elezioni USA, vince Barack Obama. Il Profeta Misterioso non ha dubbi.

Tutto ha fuorchè l’aria del profeta. Sembra più un poco riuscito incrocio tra un ultrà malvestito e il Massone di Guzzanti, eppure è una scivolata a gamba tesa nell’incertezza degli esiti delle elezioni presidenziali più importanti del mondo la profezia di questo fantomatico Profeta Misterioso

 

httpv://www.youtube.com/watch?v=stEfONAX6iY

 

Il fatto è che questo Profeta più bislacco che Misterioso ha ragione. La profezia che traspare confusa dalla sua confusione è azzeccata. Anche i miei poteri di più grande numerologo del mondo, di profeta clandestino e Santone senza permesso di soggiorno,  predicono che…

 

Barack Obama sarà confermato alla presidenza delgli Stati Uniti d’America.

Non vi metterò a conoscenza, come ho fatto le altre volte, delle  cazz… emh, dei passaggi dell’analisi numerologica che mi ha rivelato quanto accadrà tra poche decine di ore, in quanto ho appena aderito allo sciopero nazionale indetto dal sindacato dei santoni e dei profeti per protestare contro i tagli al paranormale annunciati dall’attuale governo.

 

Notizie correlate:

 

 

Obama vs Romney, chi vincerà le elezioni presidenziali USA?

Durante i tre confronti televisivi previsti prima delle elezioni i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti d’America, Barack Obama e Mitt Romney, lo sfidante, se le sono date di santa ragione. La campagna elettorale entra nel vivo e si preannuncia senza esclusione di colpi.

Secondo voi chi vincerà le elezioni presidenziali USA del 2012?

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Obama Vs Romney – secondo round.

Non c’è bisogno di entrare nel merito dei contenuti di quello che sarà il secondo round della sfida tra Barack Obama e Mitt Romney per la Casa Bianca. Quello che interessa è prendere coscienza che l’esito delle elezioni del 6 novembre 2012 stenderà ampia ala sulle sorti del mondo. Gli indirizzi politici del Presidente degli Stati Uniti d’America,  in termini di politica interna ed estera, determinano gli scenari economici e politici internazionali. Allo stato dei fatti gli USA interpretano ancora, dopo la caduta dell’URSS di venti anni fa, il ruolo di unica superpotenza globale (continua la lettura per accedere alla diretta streaming del dibattito).

Nonostante l’impetuosa crescita dell’ultimo decennio e il riconoscimento mondiale del suo ruolo di attore importantissimo nelle dinamiche mondiali, la Cina è ancora ben distante dal poter competere con gli Stati Uniti. L’Unione Europea, che pure nell’insieme avrebbe i mezzi per riuscire a proporsi quale polo di potere concorrente sulla scacchiera internazionale, vede questa possibilità azzerata dalla mancanza concreta di istituzioni in grado di dare un reale indirizzo politico unico alla comunità.

Senza nascondere le evidenti contraddizioni del modello occidentale in termini di distribuzione e allocazione delle risorse mondiali, spesso a scapito delle aree meno sviluppate del pianeta, è nel miglioramento di questo modello, nella limatura dei suoi difetti, che vanno cercati i mezzi per far fronte alle future sfide globali. Sovrappopolazione, impoverimento delle risorse, impatto ambientale delle attività umane, sono solo le più importanti. A dimostrazione di ciò vale molto l’esempio europeo. L’assegnazione del criticato premio Nobel per la Pace all’Unione Europea  ha avuto il pregio di sottolineare quella che potrebbe sembrare un’ovvietà, ossia che il perdurare della pace tra le nazioni europee, in particolare tra Francia e Germania, ha evitato al mondo il rischio di un’altra guerra di dimensioni globali.

Di questo modello, fortemente capace di autocritica e di rinnovamento, gli Stati Uniti d’America sono gli attori principali. Per questo motivo Apocalittici.it ancora una volta punter i suoi riflettori su coloro che ambiscono a guidarli per i prossimi quattro anni.

CLICCA SULL’IMMAGINE PER SEGUIRE IL CONFRONTO IN DIRETTA STREAMING

 

 

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Obama Vs Romney, chi ha vinto il primo confronto?

E’ indubbio che l’esito dell’elezione presidenziale degli USA “stenderà tanta ala” sui destini del mondo intero. Nel cuore della notte i due candidati alla presidenza, Barack Obama, presidente in carica, e Mitt Romney, lo sfidante, si sono confrontati nel primo dei tre confronti televisivi previsti prima delle elezioni. Tutte le principali testate delle nazioni del mondo dedicano il titolone in prima pagina all’evento. Tele/Radiogiornali non parlano d’altro. Tutti noi prima ancora di aver mandato giù il primo caffè della giornata ci siamo fatti già un’opinione sull’esito del confronto. Ad Apocalittici siamo curiosi di conoscere la vostra opinione. Secondo voi…

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Obama Vs Romney, il confronto in diretta

Alle ore 19,00 del 3 ottobre 2012 (ore 03.00 del o4.09 in Italia)  il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e il candidato repubblicano, Mitt Romney, si troveranno face to face  sul palco allestito all’università di Denver per il primo dei tre confronti televisivi che precederanno le elezioni.

CLICCA SULL’IMMAGINE PER VEDERE IL CONFRONTO IN DIRETTA

Il dibattito, che può essere seguito in diretta anche su Youtube, sarà diviso in sei sezioni da 15 minuti ciascuna. In tre sezioni si parlerà di economia, nelle altre tre di sanità, governabilità e ruolo del governo federale. Il moderatore sarà Jim Lehrer, storico giornalista televisivo della PBS che ha già moderato 11 confronti tv tra candidati alla presidenza (segue una guida al dibattito).

 

Come vederlo
Negli Stati Uniti il confronto sarà trasmesso da tutti i principali canali televisivi: NBC, FOX, ABC, CBS, PBS, C-SPAN, Univision, CNN, CNBC, Fox News, MSNBC. Saranno disponibili anche molti streaming online, a cominciare dal sito del Wall Street Journal e da Youtube, che per la prima volta trasmetterà i dibattiti online. SkyTg24 e RaiNews24 trasmetteranno il dibattito in diretta e con traduzione simultanea in italiano.

Che cosa dicono i sondaggi
Versione breve: Obama è in vantaggio, Romney è in svantaggio. Versione lunga: dalla fine della convention in poi Obama ha guadagnato terreno praticamente dappertutto, stando ai sondaggi, ottenendo distacchi notevoli anche in diversi stati in bilico. Gli stati considerati in bilico sono in tutto dieci – Colorado, Florida, Iowa, North Carolina, New Hampshire, Nevada, Ohio, Pennsylvania e Virginia – ma alcuni di questi praticamente non lo sono più (vedi la Pennsylvania) e in diversi altri Obama ha un vantaggio difficile da colmare, salvo grandi sorprese. Il video girato di nascosto con Romney che accusa di pigrizia e vittimismo il 47 per cento del paese ha permesso a Obama di guadagnare terreno anche in alcuni stati che finora gli erano stati più ostili. Per questa ragione, i due candidati arrivano al dibattito con aspettative molto diverse: a Obama basta andare sul sicuro e assicurarsi che non succeda niente di grave; Romney invece deve tentare di stupire.

Che cosa tenere d’occhio
Da tempo si dice che il livello di preparazione degli staff e dei candidati sia così alto, in queste circostanze, da rendere molto complicato vincere o perdere nettamente un dibattito televisivo. Benché le sorprese siano improbabili, però, è importante tenere d’occhio che cosa accadrà nella prima mezz’ora. Come fa notare Politico, la fase iniziale del dibattito fisserà il tono e il ritmo dell’intero confronto. Se Romney andrà all’attacco con forza, Obama si troverà costretto a difendersi e rispondere; altrimenti le cose procederanno in modo più prevedibile e tranquillo.

Entrambi i candidati comunque hanno davanti un compito non facile. Obama vorrà continuare a dipingere Romney come un milionario fuori dalla realtà, come ha fatto con successo in queste settimane, ma parlare troppo male del suo avversario – in sua presenza, tra l’altro – potrebbe nuocere all’alto gradimento personale che gli americani hanno nei suoi confronti (anche quelli che si fidano poco delle sue proposte). Romney vorrà attaccare Obama soprattutto sull’economia ma non vorrà suonare disfattista o pessimista, dal momento che secondo i sondaggi la maggioranza degli americani pensa che l’economia degli Stati Uniti stia ripartendo.

Le questioni delicate
Ci sono due questioni piuttosto delicate che, sebbene non all’ordine del giorno, i due candidati potrebbero rivolgere all’altro nel tentativo di metterlo in difficoltà. Per Romney è il famoso discorso ripreso di nascosto nel quale accusa il 47 per cento degli americani – quelli che non pagano la tassa sul reddito, per la precisione – di essere pigri e vittimisti. Per Obama invece il tema delicato è quanto accaduto l’11 settembre in Libia, l’aggressione al consolato di Bengasi e l’uccisione dell’ambasciatore Chris Stevens: è ormai opinione diffusa tra analisti e commentatori che quel giorno qualcosa con l’intelligence sia andato storto, e Romney ha già – goffamente – criticato in passato la reazione della Casa Bianca definendola debole e subalterna.

Il gioco delle aspettative
Un pareggio per zero a zero tra Inter e Frosinone è un pareggio, ma non ha lo stesso valore per entrambe le squadre. Per questo per entrambi gli staff è fondamentale abbassare le aspettative sul loro candidato, in questo momento, così da avere poi gioco più facile nel far passare un pareggio per una vittoria, o nel contenere eventuali sconfitte. Lo staff di Obama ha fatto notare come il presidente ha meno tempo del suo avversario per preparare il dibattito, dovendo fare appunto il presidente, e non ha affrontato l’impegnativa e lunghissima serie di dibattiti che hanno temprato Romney durante le primarie. Obama stesso ha detto che «Romney è uno bravo nei dibattiti, mentre io me la cavo e basta». David Plouffe, suo importante consulente, ha detto che Romney è «più preparato di qualsiasi altro candidato, forse nella storia, di certo della memoria recente». Lo staff di Romney ha risposto dicendo che Obama è “uno dei più grandi oratori dell’era moderna”. Una portavoce di Romney, Andrea Saul, ha detto che «è difficile immaginare che qualcuno possa battere Obama in un dibattito».

 

Fonte: ilpost.it