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I risvolti apocalittici della crisi economica

Cosa succederà il 21 dicembre 2012?

Cosa succederà il 21 dicembre 2012?

Con l’approssimarsi della data più apocalittica di inizio millennio la domanda diventa sempre più incalzante e con essa  la voglia di avere risposte. Probabilmente quella del 21 dicembre 2012 è l’apocalisse annunciata più famosa e popolare di tutti i tempi. Soprattutto grazie alla rete, quella che viene definita l’apocalisse maya, ha raggiunto milioni di persone e conquistato l’attenzione dei media. Le testate più blasonate  e i canali televisivi più seguiti hanno dato ampio spazio e visibilità , e continueranno a farlo con un sensibile crescendo “in questi pochi giorni che restano” con tanto di rubriche, trasmissioni dedicate ed approfondimenti, a quella che passerà alla storia coma la bufala più apocalittica di tutti i tempi.

L’apocalisse del 21 dicembre 2012 basa la sua origine sull’errata convinzione che il calendario maya finisca i suoi giorni proprio in quella data. Errata convinzione che con il passare del  tempo è diventata  un potente polo di attrazione  per tutta una serie di miti, leggende e castronerie. ha acquisito  una sua “credibilità“. Ecco che Nibiru e la Cometa Elenin, alieni e zombie,  capovolgimenti dei poli terrestri ed esplosioni solari, inseme ad allineamenti planetari, reali  (come quello del 6 giugno 2012 che ha visto Venere frapporsi tra la Terra e il Sole) o del tutto immaginari (come il prossimo allineamento del prossimo 13 dicembre che dovrebbe vedere sulla stessa asse Sole Terra e Centro della Galassia) hanno fornito ottimi ingredienti al polpettone apocalittico che ha finito con l’acqisire una certa “credibilità” presso una generazione in evidente crisi.

Oggi quando si parla di crisi l’associazione è immediata con un’altra parola anch’essa sempre più intrisa di signifati e presagi apocalittici: economia.

La galoppante e irrisolta crisi economica ha creato l’humus ideale affinchè una bufala confezionata ad arte possa crescere rigogliosa. Quando un sistema va in loop o si inceppa la soluzione più veloce, sicuramente non la migliore, è resettare. Probabilmente è in questa voglia di resettare che trova senso tutta quest’attenzione verso l’apocalisse maya che, per i meno catastrofisti, offrirebbe semplicemente l’occasione di passare, in modo del tutto indolore, ad una nuova era. Ma questo è un discorso che rischia di risolversi in psicologia spiccia o, ancor peggio, in un’analisi sociologica grossolana e inutile. Meglio è tornare repentinamente al punto di partenza: cosa succederà il 21 dicembre 2012?

La domanda è chiara e netta e pretende una risposta altrettanto netta, senza ragionamenti e analisi che, pur impegnandosi a fondo, non la cambierebbero di una virgola.

Il 21 dicembre 2012 succederà quello che è sempre successo per ogni apocalisse annunciata: assolutamente nulla.

E succederà un’altra cosa che è sempre successa ad ogni apocalisse annunciata e mai arrivata: si inizierà a parlare della prossima apocalisse che sicuramente arricerà il…..

Già esistono due date accreditate, aprile 2036 e 2060, ma sono troppo lontane e presto ne uscirà fuori qualcuna più immediata. Da queste parti abbiamo già qualche indizio…

 

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European Day of Action and Solidarity, il giorno dopo

European Day of Action and Solidarity

Immagine tratta dagli scontri del 14 novembre 2012 a Roma in occasione dell’European Day of Action and Solidarity

Astensione dal lavoro e blocco dei trasporti in quasi tutta Europa, in Grecia dove la settimana scorsa il parlamento ha votato per approvare nuovi tagli, centinaia di scioperanti pacifici si sono radunati nel centro di Atene, tenendo in alto enormi bandiere di Italia, Portogallo e Spagna con striscioni che proclamavano «Quando è troppo è troppo.» e aderisce con lo sciopero generale che ha coinvolto anche giornalisti, insegnanti e i dipendenti della DEH, società per la produzione di energia elettrica. «Queste persone non sono venute ad aiutarci, ma di annunciare la nostra condanna a morte», ha detto Balassopoulos Themis che, come capo del sindacato dei lavoratori comunali, si è recato a Salonicco per partecipare alla manifestazione.

A Bruxelles i manifestanti si sono riuniti davanti alle ambasciate di Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, Cipro ed infine Germania, contro la quale hanno scagliato uova ed armati di fischietti, pentole e bandiere si sono infine spostati davanti alle sedi della Commissione e Consiglio UE; «Austerità – commenta il leader sindacale Belga Filip Peers – significa tagli nei servizi pubblici e nelle compagnie statali, e anche diminuzione del potere di acquisto della classe operaia. Austerità significa recessione, e questo rende ancora più profonda la crisi». Mentre il cancelliere tedesco Angela Merkel risponde allo sciopero dicendo: «Dobbiamo comunque fare ciò che è necessario: rompere l’apertura dei mercati del lavoro incrostati, dare ai cittadini la possibilità di lavorare, diventare più flessibili in molte zone. Noi naturalmente, chiariremo questo punto, ancora una volta e ancora una volta, nei colloqui con i sindacati.»

Marginali le manifestazioni in Germania e Danimarca, nonostante la Banca centrale tedesca, la Bundesbank, in un rapporto di Mercoledì scorso ha ammesso che la crisi del debito della zona euro è ancora il numero uno dei rischi per le banche e le assicurazioni tedesche, e la situazione non è migliorata rispetto allo scorso anno. Il leader del sindacato tedesco Michael Sommer ha messo in guardia dalle politiche del rigore che stanno mettendo in ginocchio Grecia, Portogallo e Spagna, sostenendo che i Paesi colpiti dalla crisi nel Sud Europa sono indotti a «risparmiare fino alla distruzione», ha sostenuto in un’intervista alla Deutschlandradio Kultur in occasione della giornata di mobilitazione europea indetta dalla CES, «Noi vogliamo le misure giuste contro la crisi. Questo significa che si deve investire contro la crisi, non che nella crisi si debba risparmiare». Sommer si è inoltre espresso criticamente sulle riforme, «Non si combatte questa crisi demolendo i diritti dei lavoratori, aumentando l’età lavorativa, e peggiorando i livelli minimi salariali».

In Portogallo e Spagna le proteste sono cominciate già nella notte, radunati nel tentativo di intervenire sui trasporti delle principali città, come avvenuto a Lisbona e Barcellona, bloccati anche i voli da e per la Gran Bretagna e i treni ad alta velocità sia a Parigi e che a Bruxelles, cancellati quindi oltre 600 voli della compagnia Iberica e il 45% della compagnia di bandiera portoghese, la TAP.
Il leader sindacale Portoghese: «qualunque politica che nn cerchi la coesione sociale condanna alla miseria i Paesi che hanno fatto ricorso al salvataggio», mentre il Presidente Francese François Hollande ha affermato che le manifestazioni «non mettono in discussione» la sua politica, ma che – al contrario – le danno forza, intanto piovono le critiche dall’opposizione che afferma lo stesso Presidente non sia stato in grado di fornire una risposta adeguata alle preoccupazioni dei giovani lavoratori francesi, a rischio di incorrere nella stessa sorte dei loro coetanei Europei, i quali manifestano con marce in oltre 100 città francesi intonando lo slogan: «L’austerità nuoce gravemente alla salute».

«Siamo in sciopero per fermare queste politiche suicide», ha detto Candido Mendez, capo del sindacato spagnolo mentre a Madrid, per proteggersi dalla carica di alcuni manifestanti, la polizia ha sparato proiettili di gomma e sfoderato i manganelli, sono stati numerosi gli arresti in Spagna, così come in Italia, dove in quasi tutti i capoluoghi si sono verificati scontri feroci tra manifestanti e polizia, fermati molti civili, e studenti uniti alle proteste contro i tagli all’istruzione, sequestrati diversi oggetti utilizzati sia per difesa che per attacco, contusi e feriti da entrambe le fazioni.

Beppe Grillo indignato, sul suo blog scrive: “Polizia, chi stai difendendo? Chi è colui che colpisci a terra? Un ragazzo, uno studente, un operaio? E’ quello il tuo compito? Ne sei certo? Non ti ho mai visto colpire un politico corrotto, un mafioso, un colluso con la stessa violenza” e anche “Soldato blu, tu hai il dovere di proteggere i cittadini, non il Potere. Non puoi farlo a qualunque costo, non scagliando il manganello sulla testa di un ragazzino o di un padre di famiglia. Non con fumogeni ad altezza d’uomo. Chi ti paga è colui che protesta, e paga anche coloro che ti ordinano di caricarlo (…) ci hanno messi uno contro l’altro, non lo capisci? I nostri ragazzi non hanno più alcuna speranza (…) tu che hai spesso la loro età e difendi la tua posizione sotto pagata dovresti saperlo. E’ una guerra, non ancora dichiarata, tra le giovani generazioni, una in divisa e una in maglietta, mentre i responsabili stanno a guardare sorseggiando il tè, carichi di mega pensioni, prebende, gettoni di presenza, benefit. Soldato blu non ti senti preso per i fondelli a difendere l’indifendibile, a non schierarti con i cittadini? Togliti il casco e abbraccia chi protesta, cammina al suo fianco. E’ un italiano, un’italiana come te, è tuo fratello. è tua sorella, qualche volta, come ieri per gli operai del Sulcis, un padre che ha sputato sangue per farti studiare. Sarà un atto rivoluzionario.”

FONTI:

https://www.beppegrillo.it/
https://www.huffingtonpost.com/
https://www.lettera43.it/
https://www.cbsnews.com/

Immagini della rivolta in Grecia

Scontri nel secondo giorno di sciopero generale in Grecia. Durante la manifestazione indetta dai sindacati, e alla quale hanno partecipato pressoché tutti i settori lavorativi, la rabbia cittadina ha preso il sopravvento e si è scagliata contro la polizia e l’edificio simbolo del potere.

Adesso, a poche ore dall’esaurirsi della manifestazione, con la manovra finanziaria ormai approvata e tagli per altri 13,5 miliardi di euro che andranno a pesare sui cittadini ormai stremati, le immagini della rivolta stanno facendo il giro del mondo. Ecco una raccolta di alcune foto della manifestazione tra le quali si segnalano, oltre a quelle dei cruenti incendi, anche quella che ritrae numerosi manifestanti mentre sostengono le bandiere di: Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Un momento particolarmente emotivo nel quale i manifestanti hanno voluto lanciare un grido di appello affinché anche gli altri paesi del sud Europa si uniscano alla protesta.

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Scontri in Grecia

Ecomondo, green economy per uscire dalla crisi

Settanta proposte per affrontare la crisi dell’Italia con un nuovo sviluppo in chiave verde da discutere in due giorni. Con questo obiettivo prendono il via a Ecomondo di Rimini gli Stati generali della green economy promossi dal ministero dell’Ambiente e da 39 organizzazioni di imprese verdi. L’appello del presidente Napolitano, letto in apertura del summit è stato esortativo: “L’Italia può e deve, senza ulteriori esitazioni, colmare i ritardi rispetto agli standard europei e darsi più validi presidi nella difesa dell’ambiente e delle biodiversità, nella gestione sostenibile delle risorse naturali, nella valorizzazione del paesaggio e del territorio, nella generale adesione a comportamenti più sobri e rispettosi dell’ecosistema“.

 



Raggiungere standard europei è lo percorso che il governo sta portando avanti “concretamente“, ha spiegato il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, che si è detto “soddifatto” della rielezione di Obama. Che resti alla Casa Bianca per l’Italia “è un bene. Col suo staff abbiamo costruito un’ottima relazione“, ha aggiunto il ministro, “se non fosse stato eletto si sarebbe interrotto il percorso sulle energie rinnovabili. Abbiamo rapporti, per me anche personali, di lunghissima data con il gruppo che lavora con il presidente Obama – ha detto Clini -. Il percorso che hanno avviato sulla green economy è molto importante anche per l’Europa“.

Economia verde contro la crisi.Le imprese che hanno preparato gli Stati generali hanno risultati che dimostrano che la green economy in Italia è la chiave per uscire dalla crisi, ha spiegato Clini. “Oggi ci sono più di 1000 partecipanti ed è importante“, ha continuato il ministro sottolineando che “oggi e domani io e il ministro per lo Sviluppo Economico, Corrado Passera, faremo una riunione con le parti sociali più dinamiche dell’economia italiana ossia le imprese della green economy“. Perché il governo è “impegnato in questo settore” ha aggiunto il ministro. “Abbiamo messo in moto dei meccanismi concreti che rendano più semplici le procedure per fare non soltanto energie rinnovabili ma anche per risanare i siti contaminati industriali e promuovere investimenti in questo settore“. Inoltre, “abbiamo rafforzato le misure di incentivazione per l’efficienza energetica, abbiamo creato un fondo per l’occupazione giovanile nei settori della green economy e il credito di imposta per chi investe in ricerca e innovazione in campo ambientale“.

Fotovoltaico. Sotto le volte della Fiera di Rimini, l’edizione numero 16 di Ecomondo, si è alzato il sipario sull’impianto fotovoltaico realizzato da Green Utility e sviluppato sui 100mila metri quadri di copertura dei padiglioni. Una potenza di 4.332 kWp per rendere il quartiere autonomo sotto il profilo del fabbisogno energetico. “L’impianto si regge da solo – ha osservato Clini – senza incentivi che lo tengano in piedi. E’ la dimostrazione che si può fare“. Quello di oggi, ha sottolineato il presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Edo Ronchi, è il “momento costitutivo della green economy italiana. Un mondo che finora si è mosso in misura frammentata e che qui creerà una piattaforma coordinata, una risposta corale alle aspettative del momento“.

Il programma.
Il percorso per arrivare agli stati generali  della green economy ha preso il via a marzo scorso con la formazione di 8 gruppi di lavoro ed è proseguito con otto assemblee nazionali programmatiche che hanno coinvolto più di 1000 esperti. Il programma per lo sviluppo di una green economy comprende 70 proposte relative a 8 settori: strumenti economici, eco innovazione, efficienza e risparmio energetico, sviluppo delle energie rinnovabili, materiali e riciclo dei rifiuti, servizi  degli ecosistemi, filiere agricole di qualità ecologica e mobilità sostenibile.

In Italia.
Nel 2011 l’ecoinnovazione made in Italy è in flessione rispetto al 2010. Secondo le rilevazioni di Eco-Is (Eco-Innovation Scoreboard, 2011) nell’Europa allargata l’Italia figura al sedicesimo posto contro il 12esimo del 2010. Il dato è contenuto nel “Rapporto sulla green economy” presentato oggi a  Rimini. L’Italia mostra comunque prestazioni positive, anche sopra la media europea: le certificazioni di sistemi di gestione ambientale, la produttività energetica, l’intensità delle emissioni di gas serra, lo sviluppo del lavoro nelle eco-industrie e il turn-over..Possibilità di significativi miglioramenti sono evidenti invece riguardo al valore totale degli investimenti “verdi”.

Esuberi Ilva.
I duemila esuberi non riguardano gli impianti oggetto della autorizzazione. Sono legati prevalentemente alla situazione attuale di mercato. E’ chiaro che nel momento in cui partono gli investimenti per la riqualificazione degli impianti dell’Ilva, questi esuberi potrebbero anche essere assorbiti. Se su questo sono ottimista? Sì, sono molto ottimista“, ha detto il ministro dell’Ambiente Clini. Il ministro ha già convocato i vertici dell’Ilva per venerdì a Roma: “Vogliamo verificare con loro il percorso che intendono seguire per rispettare quello che abbiamo prescritto con l’autorizzazione integrata ambientale. Gli investimenti nell’Ilva saranno un passo importante per la green economy italiana“. “Ilva ha avuto una autorizzazione che prevede un impegno dell’azienda per adeguare le tecnologie di produzione agli standard europei che entreranno in vigore nel 2016. Noi – ha detto il ministro- li facciamo partire subito“. Poi un monito: “Se l’Ilva s’illude di poter continuare a produrre senza aggiornare le tecnologie si sbaglia. Se altri si illudono di poter vietare all’Ilva di investire nelle tecnologie innovative si sbagliano pure“.

Rifiuti di Napoli.
Corrado Clini ha ribadito che ritiene “inaccettabile” che i rifiuti di Napoli o Roma siano smaltiti in Olanda e Germania e ha spiegato che il governo “sta lavorando a una norma che consenta, nel caso fosse necessario, di usare gli impianti che sono presenti in Italia“. “Stiamo creando una pressione molto forte nei confronti delle amministrazioni locali per aumentare la differenziata“, ha spiegato il ministro dell’Ambiente. “Non vogliamo che i rifiuti tornino nelle discariche mal gestite“, ha aggiunto. E, ha continuato, “se gli impianti del centro-nord lavorano a una capacità ridotta, questi impianti devono essere disponibili a contribuire a una soluzione dei problemi italiani“.

 

Fonte: Repubblica.it – Clicca QUI per accedere al sito ed usufruire di tutti gli approfondimenti disponibili

Scontri in Grecia

La polizia greca ha sparato gas lacrimogeni e getti d’acqua per disperdere migliaia di manifestanti che hanno invaso la piazza principale davanti al parlamento, in un massivo spettacolo di rabbia contro i legislatori dovuta al passaggio in parlamento del nuovo pacchetto di austerità.

La violenza è esplosa quando una manciata di manifestanti ha cercato di sfondare una barricata per entrare in parlamento, dove il Primo Ministro, Antoins Samaras, sta tentando di far passare una nuova legge di austerità nonostante l’opposizione di una parte della coalizione di governo.

Ma la sessione parlamentare è stata brevemente interrotta quando i parlamentari si sono messi in sciopero e sono usciti dalla camera in segno di protesta.

Fuori dal parlamento riecheggiavano forti esplosioni mentre i protestanti lanciavano bombe molotov e la polizia rispondeva con gas lacrimogeni e granate stordenti. Fumo e piccoli incendi si sono visti nella strada vicino al parlamento.

Questo è accaduto dopo che un mare di greci aveva sfidato una pioggia costante sventolando bandiere e striscioni che dicevano: “O loro o noi!” e “Fermate questo disastro!”.

In tutto, circa 100.000 protestanti, alcuni cantando “Combattete! Stanno bevendo il nostro sangue!”, hanno invaso la piazza e le strade laterali in una delle più grandi manifestazioni viste in mesi, ha detto la polizia.

I manifestanti tenevano in alto bandiere italiane, portoghesi e spagnole in solidarietà con le altre nazioni del sud Europa che stanno sopportando piani di austerità.

“Queste misure ci stanno uccidendo poco a poco e ai legislatori non importa niente”, ha detto Maria Aliferopoulou, una 52enne, madre di due figli, che vive con 1000 euro al mese.

“Sono ricchi e hanno tutto, mentre noi non abbiamo niente e stiamo combattendo per le briciole, per sopravvivere”.

Il trasporto pubblico è stato interrotto; scuole, banche e uffici governativi sono stati chiusi e la spazzatura è stata ammucchiata per le strade per il secondo giorno della due giorni di sciopero nazionale, indetto per protestare contro il voto.

Sostenuti dall’opposizione di sinistra, i sindacati dicono che le misure colpiranno i poveri e salveranno i ricchi, mentre aggraveranno la recessione quinquennale che ha spazzato via un quinto della produzione del paese e portato la disoccupazione al 25 percento.

FONTE: Reuters

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=bVVzr5SxWkY

Messenger va in pensione e cede il passo a Skype

Microsoft sta per mandare in pensione Windows Live Messenger in favore di Skype.

 

Secondo le fonti del portale The Verge, il servizio di Microsoft, Windows Live Messenger, verrà mandato in pensione e sostituito da Skype, anch’esso di proprietà della compagnia, in un’operazione volta a ottimizzare i costi aziendali.

A 13 anni dalla sua creazione il vecchio MSN Messenger, poi ribattezzato Windows Live Messenger, cederà il passo a Skype, acquisito da Microsoft nel 2011.

L’operazione è la naturale conseguenza agli sforzi portati avanti dall’azienda per creare i necessari allacci tra Skype e le altre applicazioni Microsoft, basti pensare che l’80% della messaggistica di Skype è gestita da Messenger; o per creare funzioni in grado di interagire con altre realtà, ad esempio Facebook.

L’annuncio della chiusura di Messenger, arrivato alla sua versione 16.4, potrebbe arrivare già entro la fine della settimana

Fonte: The Verge

In Spagna farmacie in rivolta

Le farmacie di Valencia, Alicante e Castellón, città della Comunidad Valenciana in Spagna, hanno iniziato ieri uno sciopero ad oltranza per protestare contro il debito di 450 milioni di euro che il governo regionale detiene nei loro confronti.

 

Dal 5 novembre in poi due su tre farmacie saranno chiuse ogni giorno, a rotazione, finché il debito non sarà pagato.

I farmacisti sostengono che le autorità regionali stesse li hanno portati a dover ricorrere a questo, facendo si che scivolassero in una “situazione drammatica che li ha costretti a dover chiudere indefinitamente”.

Il governo regionale della Comunidad Valenciana deve alle farmacie cinque mesi e mezzo di pagamenti.

La scorsa settimana riuscirono a saldare appena metà del debito di aprile e di quello di maggio usando i soldi del Fondo de Liquidez Autonómica (FLA).

“Questa mossa ci lascia dove eravamo, visto che mercoledì dovremo aggiungere un altro mese al debito in corso”, si lamentano i farmacisti.

FONTE: ThinkSpain

I paesi scandinavi guidano la classifica dell’Indice di Prosperità

La Norvegia guida la lista dei paesi più prosperi al mondo seguita dalla Danimarca e dalla Svezia, mentre gli Stati Uniti scivolano al 12º posto, uscendo per la prima volta dalla Top Ten del Legatum Prospery Index.

 

La Norvegia è stata incoronata la nazione più prospera al mondo per il quinto anno consecutivo.

Mentre gli Stati Uniti, scivolando al 12º posto, sono usciti dalla Top Ten del Legatum Prospery Index per la prima volta.

Secondo l’indagine annuale, che analizza 142 paesi del mondo, la Gran Bretagna continua ad indugiare conservando il suo posto al numero 13 della lista.

I paesi scandinavi continuano a dominare la testa dell’indice globale che analizza otto categorie: economia, educazione, imprenditorialità & possibilità, governance, salute, libertà personale, protezione & sicurezza e capitale sociale.

 

La Norvegia, la Danimarca e la Svezia sono rispettivamente: prima, seconda e terza.

In Europa il benessere generale è aumentato, con l’Olanda, l’Irlanda e la Germania che scalano la classifica fino all’ottava, decima e quattordicesima posizione.

Tuttavia più di due terzi dei paesi europei hanno visto il loro punteggio in Economia scendere nell’indice dal 2009 a causa dei problemi economici nella regione..

Una nuova generazione di “Tigri Asiatiche” sono emerse, con Vietnam, Thailandia, Malesia e Indonesia tutte con buone performance.

Si stanno avvicinando ad Hong Kong, Singapore e Taiwan che attualmente risiedono tra i paesi della Top 25.

Jeffrey Gedmin, Presidente e Amministratore Delegato del Legatum Institute, ha detto: “ Il Legatum Prosperity Index ci permette di dipingere un quadro completo di cosa rende un paese veramente di successo.

“Include misure tradizionali di beni materiali, così come cattura il senso di benessere dei cittadini, a partire da quanto sicuri si sentono, per arrivare alla propria percezione della libertà personale. Il PIL da solo non potrebbe mai offrire una visione completa della prosperità.

“Noi crediamo che misurando la qualità dell’educazione, della sanità, del capitale sociale e delle opportunità, il nostro Prospery Index dia la più chiara visione di come i paesi stiano prosperando al giorno d’oggi, e come è previsto che continuino a farlo nel futuro”.

L’Italia?… al 33º posto.

FONTE: Mail Online

Disoccupazione in Europa all’11,6% in settembre

I dati ufficiale resi pubblici mercoledì hanno mostrato che la disoccupazione nei 17 paesi dell’euro-zona ha toccato il record di 11,6% in settembre, un segno che l’economia si sta deteriorando mentre i governi non riescono a prendere il polso alla loro triennale crisi del debito.

 

Il tasso rilevato da Eurostat, l’ufficio statistico dell’UE, è stato più alto del precedente dato di agosto, 11,5%. In totale 18,49 milioni di persone risultavano disoccupate nella zona euro in settembre, più di 146.000 in più dal mese precedente, il più grande incremento negli ultimi tre mesi.

Mentre il tasso di disoccupazione dell’euro-zona è salito costantemente durante l’anno passato, con l’economia intenta ad affrontare la crisi finanziaria e i tagli alle spese dei governi, gli Stati Uniti hanno visto il loro corrispondente tasso scendere al 7,8%. I dati USA sono previsti per oggi.

Con l’economia dell’euro-zona che langue, molti economisti pensano che la disoccupazione aumenterà nei prossimi mesi e il deterioramento del quadro economico presto tornerà a spaventare gli investitori dopo questa breve pausa.

“I mercati finanziari si sono calmati un po’, ma crediamo che il deterioramento dell’economia ci porterà presto a nuovi livelli di crisi”, ha detto Tim Ohlenburg, economista al Center for Economics and Business Research di Londra.

Cinque paesi dell’euro-zona sono già in recessione: Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e Cipro, e altri si prevede che li raggiungeranno presto.

FONTE ARTICOLO: Herald News

La crisi economica raccontata da un’infografica del Guardian

Un’infografica interattiva del Guardian racconta la crisi economica europea al suo terzo anno.

Guardando indietro sembra solo ieri che il mondo si rese conto che l’Europa era insolvente. Purtroppo come mostra una sorta di camminata a ritroso nella memoria, un’infografica interattiva del Guardian, sono ormai passati più di tre anni da questo articolo dell’ottobre 2009 del Financial Times: “Greece vows action to cut budget deficit”, che diede il via alla crisi e nel quale il Primo Ministro di allora, George Papandreu, rivelò un enorme buco nei dati economici ufficiali, e che il deficit di bilancio era il doppio di quanto era stato precedentemente previsto. Il resto è storia, e ora la Grecia è un guscio vuoto, con la disoccupazione fuori misura, le sue finanze e l’economia nel caos ed il paese intero asservito come veicolo finanziario per mantenere solventi le banche europee e la BCE.

La malaria torna in una Grecia lacerata dalla crisi

Gli enti sanitari globali hanno emesso avvisi ai viaggiatori verso la regione più colpita del sud del paese, con timori che Atene possa essere colpita molto presto.

I budget di austerità hanno portato a tagli drastici alle strategie comunali di irrorazione di spray antizanzare per combattere le malattie trasmesse dall’insetto, tra cui la malaria.

 

Altre malattie trasmesse dalle zanzare che sono ritornate in Grecia includono il virus del Nilo occidentale.

Le statistiche mostrano che ci sono stati 70 casi di malattie trasmesse da zanzare in Grecia nei primi nove mesi dell’anno.

La grande maggioranza sono state contratte all’estero, ma più del dieci per cento sono state trasmesse all’interno del paese. La malattia è stata registrata in sette regioni del paese.

Gli scienziati hanno avvertito che si tratta di una questione di tempo prima che la malattia si diffonda nella capitale, Atene. Quest’anno solo otto dei 56 distretti intorno ad Atene si sono impegnati nell’irrorazione dello spray antizanzare.

La stretta di bilancio si sta aggravando con il governo greco sotto pressione per trovare altri 11 miliardi di euro, tramite tagli al budget, per assicurarsi il bail-out europeo il mese prossimo.

L’American Centre for disease Control la scorsa settimana ha avvertito i viaggiatori che l’epidemia continua a crescere. I visitatori della regione più colpita, Evrotas, sono stati invitati a prendere la pillola antimalarica.

Johan Giesecke, dell’European Centre for Disease Prevention and Control, ha detto che le malattie dovrebbero essere parte del passato per l’Europa. Ha detto: “È un problema serio”.

Medicins Sans Frontiers (MSF), la carità internazionale, sta offrendo al sud della Grecia il tipo di trattamento che solitamente fornisce all’Africa sub-sahariana.

“Per un paese europeo, lasciare che questo tipo di situazione si sviluppi e non venga controllata è un grande problema”, ha detto Apostolos Veizis, direttore del supporto medico-operativo in Grecia.

“Non puoi correre dietro la malaria. In un paese dell’Unione Europea, non dovremmo correre in emergenza dietro una malattia come questa. Anche in Africa nei paesi con scarse risorse, possiedono un piano nazionale in attuazione. Ciò che io mi aspetto da un paese che è membro dell’EU è almeno questo”.

Circa 16 milioni di turisti visitano la Grecia ogni anno e praticamente nessuno si è occupato delle precauzioni necessarie per prevenire le malattie trasmesse dalle zanzare.

 FONTE: The Telegrph

Riassunto dell’ultimo dibattito tra Obama e Romney

Barack Obama è andato all’offensiva sulla politica estera nel terzo e ultimo dibattito presidenziale accusando ripetutamente Mitt Romney di tergiversare sulle principali questioni internazionali, ma non riuscendo ad assestare un colpo mortale alla risorta campagna del suo avversario.

Mentre il presidente è emerso come il vincitore della notte, l’incontro, che è stato cordiale e in gran parte senza incidenti paragonato con i primi due dibattiti, è destinato a non avere un grande impatto sul risultato delle elezioni.

 Obama vs. Romney

Andando al dibattito alla Lynn University di Boca Raton, Florida, Obama aveva un vantaggio intrinseco in materia di politica estera e sicurezza. Come presidente, con accesso alle riunioni giornaliere dell’intellicence degli analisti, dei diplomatici e dei generali, Obama è sicuramente meglio informato in questi campi e lo ha dimostrato dominando Romney nella prima parte del dibattito.

Il candidato repubblicano è apparso incerto in alcune occasioni e alcune volte è inciampato sulle sue stesse parole come se facesse fatica a ricordare le proprie note informative. Ha iniziato a sudare appena Obama, aggressivo dall’inizio, ha avuto la meglio durante gli scambi su Iran, Iraq e Russia, così come sulla spesa militare degli Stati Uniti.

Obama ha descritto due volte il suo rivale come “wrong and reckless” (in errore e sconsiderato, ndt) e lo ha accusato di essere “all over the map” (impiegato su tutti i fronti, ma sottinteso, in modo leggero e sconsiderato, ndt) sulle sue posizioni di politica estera. Il presidente ha trattato una serie di temi sui quali ha detto che Romney si sbaglia: dal sostegno durante l’invasione dell’Iraq del 2003, al opposizione a fissare un calendario per il ritiro dall’Afghanistan.

“Quello che dobbiamo fare per quanto riguarda il Medio Oriente è una leadership forte e costante, non una debole e sconsiderata leadership che si vuole occupare di tutto”, ha detto Obama. ”E sfortunatamente questo è il tipo di idea che lei ha offerto per tutta questa campagna, e non è una ricetta per la forza americana, o per mantenere l’America sicura nel lungo periodo”.

Ma con una sensazione crescente, sul fronte repubblicano, che dopo tutto la Casa Bianca potrebbe essere a portata di mano, Romney è sembrato accontentarsi di una performance senza gaffe, nella quale il suo principale obiettivo era quello di rassicurare il pubblico americano di non essere un guerrafondaio.

Argomento dopo argomento, dalle sanzioni iraniane al ritiro dall’Afghanistan, c’era poca differenza tra la sua posizione e quella dell’amministrazione, ma Romney ha insistito che avrebbe manifestato una forza americana più efficace. “In nessun posto del mondo la nostra influenza è più grande di quanto fosse quattro anni fa”, ha detto Romney.

Ma mentre il dibattito si supponeva fosse solo di politica estera, gli affari interni non sono stati mai troppo lontani dalla superficie e i candidati hanno colto ogni opportunità per effettuare attacchi sull’economia e sulle tasse. La stessa cosa è valsa nel dopo dibattito, dove entrambi i team dei candidati hanno dispensato commenti e analisi sullo stato della corsa ad accaparrarsi il voto degli stati indecisi.

Uno dei momenti più importanti è stato quando Obama, in un lampo di arroganza repressa, ha trattato Romeny, a proposito degli affari militari, come se fosse un bambino. In risposta all’impegno di Romney di incrementare la spesa militare, e all’accusa che la marina possieda meno navi, Obama ha ribattuto con sarcasmo:

“Lei ha citato la marina, per esempio, e che possediamo meno navi di quante ne possedevamo nel 1917. Bene, governatore, abbiamo anche meno cavalli e baionette perché la natura del nostro esercito è cambiata. Abbiamo queste cose chiamate portaerei dove atterrano gli aerei. Abbiamo queste navi che vanno sott’acqua, sottomarini nucleari”, ha detto Obama.

Ma Romney non si è abbattuto e ha recuperato nella seconda parte, in particolare quando è riuscito a portare il dibattito sulle questioni economiche interne.

Sul Medio Oriente ha detto che un attacco all’Iran sarebbe l’ultima risorsa, e che è contro un diretto coinvolgimento dell’esercito americano in Siria. Ha cercato di neutralizzare il vantaggio che Obama gode grazie all’uccisione di Osama Bin Laden insistendo che la sua politica fosse qualcosa di più che “andare oltre ai cattivi”. “Non si può uccidere la nostra via d’uscita da questo pasticcio”, ha detto Romney.

Anche Romney è riuscito ad assestare qualche colpo ad Obama, accusandolo di aver condotto “un tour di scuse” in Medio Oriente all’inizio della sua presidenza, e che questo è stato percepito dai nemici dell’America come un segno di debolezza. “Signor Presidente, l’America non è stata il dittatore di altre nazioni, Noi abbiamo liberato le altre nazioni dai dittatori”, ha detto.

L’idea che Obama sia un apologeta per i valori americani risuona con forza tra i conservatori.

Obama ha risposto descrivendo il “tour di scuse” come “probabilmente la più grande fandonia che sia stata detta durante questa campagna”.

“Se dobbiamo parlare a proposito dei viaggi che abbiamo fatto”, ha detto Obama, riferendosi al criticato giro estivo della Gran Bretagna, Polonia e Israele, “Quando io ero un candidato, il primo viaggio fu per visitare le nostre truppe. E quando andai in Israele come candidato, non andai a cercare donatori. Non partecipai a raccolte di fondi… andai… al Museo dell’Olocausto, lì a ricordare a me stesso la natura del male e perché il nostro legame con Israele sarà indistruttibile”.

I sondaggi istantanei sono d’accordo sul fatto che Obama abbia vinto la notte. Public Policy Polling ha pubblicato un sondaggio che mostra che Obama ha vinto il dibattito 53% a 42%. Un sondaggio della CNN ha dato Obama per 48% a 40%.

Ma pochi credono che lo scontro abbia influenzato il risultato della corsa elettorale che entra nelle ultime due settimane, con Romney che continua a godere del suo trionfo contro uno svogliato Obama nel primo dibattito, a Denver il 3 di ottobre.

Obama poi vinse il secondo rimettendosi in corsa e adesso anche se ha vinto il terzo, la politica estera non è uno dei temi più importanti per i votanti, ed è improbabile che risulti in oscillazioni importanti dei sondaggi elettorali.

Gli scambi verbali hanno rivelato che ci sono poche differenze principali tra i due in termini del loro approccio sulla sicurezza e gli affari esteri. Sull’Iran entrambi hanno votato che non sarà permesso avere armi nucleari. Romney ha detto che introdurrebbe sanzioni più stringenti; Obama ha detto che esse sono già quanto più possibile rigorose.

Sorprendentemente non c’era quasi nulla sull’attacco al consolato di Benghazi. Dopo aver fallito due volte l’approccio all’argomento Romney ha deciso di non tornare a parlarne.

Obama ha deriso Romney a proposito della sua affermazione che la Russia piuttosto che Al-Qaeda sia il nemico numero uno dell’America. Romney ha detto di aver inteso che la Russia sia il più grande nemico geopolitico, mentre l’Iran il più grande problema di sicurezza.

Entrambi hanno convenuto che in Siria il presidente Bashar Assad non sopravviverà. Obama ha detto che non esiste alcuna differenza tra i due sulla politica nei confronti della Siria eccetto che Romney intende inviare armi pesanti ai ribelli.

Romney ha detto che l’America dovrebbe armare i “responsabili” ribelli. “La Siria è un’opportunità per noi”, ha detto Romney. “La Siria è l’unico alleato dell’Iran nel mondo arabo… quindi, vedere la Siria spodestare Assad è una priorità per noi… Dovremmo assumere un ruolo di primo piano”.

I due hanno discordato su chi fosse il più vicino a Israele, con Romney rimproverando Obama per non aver visitato Israele durante il suo giro in Medio Oriente.

Stuart Stevens, uno dei principali consiglieri di Romney, ha detto: “Più le persone vedono il governatore Romney, più si sentono a loro agio con lui”.

Ha criticato Obama per il sarcasmo che ha mostrato sulla marina ridotta: “Io non penso che questo tono e il modo di fare sia qualcosa che la gente possa trovare attrattivo”, ha detto Stevens.

David Plouffe, uno dei principali consiglieri di Obama, ha detto: “Il presidente è stato forte. Romney era instabile”.

FONTE: The Guardian

Ddl Stabilità, il governo taglia la lettera “N” dall’alfabeto

Grande scoop di Apocalittici. Abbiamo scoperto la norma fantasma del ddl stabilità in base alla quale il Governo, per quelle che ritiene essere ovvie e necessarie ragioni di bilancio, ha deciso di tagliare tutte le “N”. Un ministro, appena dopo la seduta di consiglio, ha dichiarato soddisfatto al nostro inviato: “E stata dura ma ce l’abbiamo fatta. E’ questo il primo taglio veramente equo. Spetta ora al Parlamento non stravolgere questo grande risultato senza il quale faremo la fine della Grecia“.

Il taglio delle N, alla luce delle prime reazioni registrate a caldo dal nostro inviato, rischia di diventare una questione molto delicata. Le prime reazioni arrivano dal centrosinistra: “Per ora è solo una voce che deve essere confermata“, mentre un deputato del centrodestra è lapidario: “La lingua italiana non si tocca. Giù le mani dalle N“.

La sensazione più immediata è che il taglio delle N rischia di scatenare un’apocalisse nei già delicati equilibri sia interni al Governo e alla maggioranza che lo sostiene, sia nella società civile le cui reazioni saranno a dir poco imprevedibili.

Benzina e gasolio, crollo dei consumi a settembre.

Il mese di settembre ha fatto registrare un vero e proprio crollo nei consumi di benzina e gasolio per autotrazione. Secondo l’analisi del Centro studi Promotor Gl Events, la benzina ha fatto segnare una contrazione del 18,2%, mentre per il gasolio la diminuzione è stata del 15,1%. Per gli esperti di Promotor “si tratta di una caduta assolutamente eccezionale, se si considera che è con benzina e gasolio che si realizza la stragrande maggioranza dei trasporti di persone e dei trasporti di merci“.

L’analisi si sofferma poi sulle possibili cause di questa forte contrazione: “Il calo è legato essenzialmente a due fattori. Il primo è la frenata dell’economia reale dovuta alle politiche adottate per far fronte alla crisi dell’Euro. Il secondo fattore è invece costituito dai livelli estremamente elevati dei prezzi dei carburanti per autotrazione in Italia che è sempre il più alto d’Europa, con uno scarto rispetto alla media di 27,4 centesimi di cui ben  23,6 dovuti a un maggior carico fiscale, mentre per il gasolio l’Italia occupa il secondo posto in Europa con uno scarto rispetto alla media di 27,4 centesimi di cui 24,3 dovuti al maggior carico fiscale“.

Lo studio di Promotor prosegue poi nel dettaglio esaminando anche i dati disponibili dall’inizio del 2012: “I pessimi risultati di settembre influiscono anche sul consuntivo dei primi nove mesi dell’anno. I consumi complessivi di benzina e gasolio sono, infatti, calati del 10,1%. Dato tuttavia che il prezzo medio ponderato rispettoallo stesso periodo del 2011 è aumentato del 16,6% per la benzina e del 20,2% per il gasolio, la spesa complessiva cresce del 7% e si attesta a quota 50,8 miliardi. Di questa imponente cifra 27,5 miliardi vanno al Fisco e 23,4 miliardi vanno all’industria e alla distribuzione (componente industriale). Occorre però segnalare che la quota del Fisco cresce del 15,9%, mentre quella che va ai produttori e consumatori cala dell’1,8%. E’ dunque essenzialmente l’Erario a trarre vantaggio dalla drammatica situazione del mercato  dei carburanti per autotrazione“.

Oltre ai motivi esposti nell’analisi del Centro studi Promotor, seppure in minima parte, il calo dei consumi di settembre è dovuto anche alla conclusione di iniziative promozionali e sconti vari come la campagna “Riparti con Eni” che solo nell’ultimo weekend che è stata in vigore ha visto l’erogazione dai suoi distributori di oltre cento milioni di litri. Nei dodici weekend di durata dell’iniziativa sono stati effettuati oltre 50 milioni di rifornimenti per un volume totale erogato superiore a un miliardo di litri. (m. r.)

 

Fonte: Repubblica Motori (Repubblica.it)

Apocalisse Maya, una realtà per i concessionari di automobili.

Arriva la le Legge di stabilità per l’anno 2013 e l’aumento dell’Iva (che salirà di un punto dal luglio 2013: quella al 10 va all’11% e quella al 21 al 22%) fa infuriare i concessionari di auto italiani.

I 5 miliardi di minori imposte dovute al taglio Irpef vengono di fatto annullati dall’incremento dell’Iva. Siamo allibiti“, commenta a caldo Filippo Pavan Bernacchi, presidente di Federauto, l’associazione che rappresenta i concessionari di auto, veicoli commerciali, veicoli industriali e autobus di tutti i marchi commercializzati in Italia. “La nostra è un’economia basata sui consumi e la politica fiscale del Governo Monti ha colpito e colpisce i consumi, producendo la moria di centinaia di migliaia di imprese, negozi, alberghi, artigiani, e chi più ne ha più ne metta. Basta vedere come hanno demolito i beni di lusso e la nautica. Anche criminalizzando chi possiede un certo tipo di beni, a prescindere se frutto di proventi leciti e meritati. Tutto questo produce disoccupati a ciclo continuo. L’Iva su un telefonino incide pochi euro, su un autoveicolo pesa in media 220 euro per ogni punto. Con questa coltellata alle spalle un cliente pagherà quindi l’auto 440 euro in più rispetto all’era pre-Monti. E infatti il mercato auto ha perso il 40% circa dal 2007 a oggi. E le nostre aziende stanno morendo con 220.000 posti di lavoro a rischio. Quest’anno si venderanno meno di 1.000.000 di auto ai privati. Un dato che per la filiera dell’automotive italiana fa impallidire la profezia dei Maya“.

Federauto ritiene che il taglio dell’Irpef, collegato all’aumento dell’Iva, sia solo fumo negli occhi per i cittadini, che però non si fanno più abbindolare. E’ chiaro che il Paese cadrà ancora più in recessione.

Noi non siamo contro il professor Monti – Conclude Pavan Bernacchi – ma contro la sua politica. Possibile che non si renda conto di come sta distruggendo l’economia reale? Quando chiude un’azienda o delocalizza, non è che girando un interruttore riapre. Ci vogliono anni e devono essere ricreate le giuste condizioni. A questo si aggiunga la beffa del provvedimento che partirà a gennaio 2013 sull’auto elettrica, promosso dall’onorevole Ghiglia e altri, che tutta la filiera non vuole. Proponiamo ancora di bloccarlo e destinare quei milioni di euro ai terremotati o ad abbassare le accise sui carburanti. Sono soldi pubblici buttati e noi che ne beneficeremmo non li vogliamo. Quando troveremo interlocutori che sono disposti a ragionare senza preconcetti per ridisegnare la mobilità del futuro?“.

 

Fonte: Repubblica Motori (Repubblica.it)

Provvedimento Cieli Bui, i benefici.

Intesa come campanello di allarme che ha segnalato l’insostenibilità degli attuali sistemi economici la crisi economica fa mostra, tra tante negatività, di un importantissimo aspetto positivo. Attribuire le cause della sua origine alla grande speculazione economica è un concetto miope e funzionale a giustificare comportamenti e negligenze che riguardano tutti. Siamo infatti noi gli attori principali della società del consumo e dello spreco. Il consumismo,  risposta acritica e insensata della “società usa e getta”  all’usura programmata dei prodotti e al bisogno indotto e confezionato a tavolino delle multinazionali, è la degenerazione del capitalismo. Lo spreco, il depauperamento di risorse destinate addirittura al “non-usa e getta lo stesso”, è la degenerazione del consumismo. La crisi economica impone un ripensamento, una marcia indietro, una presa di coscienza della scarsità delle risorse e della necessità di una loro allocazione e distribuzione efficiente. La crisi economica induce governi e governati a rivalutare il risparmio riposizionandolo tra i valori necessari. In quest’ottica è sicuramente da apprezzare il provvedimento “Cieli bui” che il Governo Italiano sta discutendo. La riqualificazione degli ipianti di illuminazione pubblica secondo criteri di ammodernamento degli impianti e razionalità nella diffusione centra il doppio obiettivo di un notevole risparmio energetico e della riduzione dell’inquinamento luminoso. E’ questo il classico provvedimento a costo zero che, se attuato, otterrà un indotto di benefici superiori alle aspettative: risparmio energetico e riduzione delle emissioni, casse un po’ più piene (ma di questi tempi è meglio dire meno vuote) e riduzione dell’inquinamento luminso che ci regalerà cieli stellati mozzafiato. Vi sembra poco? – segue l’estratto del provvedimento «Cieli bui» contenuto nella bozza in discussione da parte del governo…

1. Per finalità di contenimento della spesa pubblica, di risparmio di risorse energetiche, nonché di razionalizzazione ed ammodernamento delle fonti di illuminazione in ambienti pubblici, con decreto del Presidente del Consiglio, su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e delle infrastrutture, nonché con il Ministro dell’economia e delle finanze, da adottare entro . giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabiliti standard tecnici di tali fonti di illuminazione e misure di moderazione del loro utilizzo fra i quali, in particolare:

a) spegnimento dell’illuminazione ovvero suo affievolimento, anche automatico, attraverso appositi dispositivi, durante tutte o parte delle ore notturne;

b) individuazione della rete viaria ovvero delle aree, urbane o extraurbane, o anche solo di loro porzioni, nelle quali sono adottate le misure dello spegnimento o dell’affievolimento dell’illuminazione, anche combinate fra loro;

c) individuazione dei tratti di rete viaria o di ambiente, urbano ed extraurbano, ovvero di specifici luoghi ed archi temporali, nei quali, invece, non trovano applicazione le misure sub b);

d) individuazione delle modalità di ammodernamento degli impianti o dispositivi di illuminazione, in modo da convergere, progressivamente e con sostituzioni tecnologiche, verso obiettivi di maggiore efficienza energetica dei diversi dispositivi di illuminazione.

2. Gli enti locali adeguano i loro ordinamenti sulla base delle disposizioni contenute nel decreto di cui al comma 1. Le medesime disposizioni valgono in ogni caso come principi di coordinamento della finanza pubblica nei riguardi delle regioni, che provvedono ad adeguarvisi secondo i rispettivi ordinamenti.

In Spagna disoccupazione al 24,6%

Il tasso di disoccupazione in Spagna sale ulteriormente in settembre a causa dell’accelerazione dei licenziamenti nel settore dei servizi al termine della stagione estiva.

I dati del Ministero del Lavoro hanno mostrato che il tasso di disoccupazione è salito dell’1,7% con 4,7 milioni di cittadini senza impiego.

La cifra era salita anche ad agosto sempre a causa della flessione di fine stagione.

“C’è un certo rallentamento del tasso di crescita della disoccupazione, ma il dato negativo è che il lavoro continua a scomparire” ha detto Estefania Ponte, responsabile dell’economia al Trading Housa Cortal Consors.

Ha detto che questi dati suggeriscono che il tasso di disoccupazione in Spagna, già il più alto dell’Unione Europea, potrebbe toccare il 25% nel terzo quarto.

I dati mensili sulla disoccupazione indicano il numero di spagnoli registrati come senza lavoro, mentre il tasso di disoccupazione, che ha toccato il livello record di 24,6% nel secondo quarto, è una misurazione ufficiale ed è considerato un indicatore più affidabile del mercato del lavoro.

I dati mostrano che la maggior parte dei posti di lavoro persi sono nel settore dei servizi, che comprende hotel e ristoranti che sono i più colpiti dal commercio turistico.

FONTE: Reuters

La miseria della Zona Euro non è mai stata così alta

Mentre il Misery Index dell’Iran raggiunge livelli eccezionali e quello degli USA ha toccato il massimo lo scorso ottobre, la miseria in Europa continua a salire a causa dei problemi politici ed economici. Come nota SocGen la miseria nel Regno Unito è tornata a livelli alti ed il Misery Index della Zona Euro non è mai stato così alto. Questi indici chiaramente riflettono il deterioramento economico dei maggiori dieci paesi con particolari e poco sorprendenti deboli performance da parte di Grecia e Spagna che guidano la salita dell’indice europeo. Viste le previsioni di recessione attese per il prossimo anno per alcuni paesi, le prospettive di questo indicatore sono tuttavia peggiori.

Euro-Zona: Misery Index record. La situazione nell’Euro-Zona è peggiorata durante l’estate: il tasso di disoccupazione ha raggiunto il record di 11,4% in agosto, mentre l’inflazione annua sale dal 2,4% al 2,6% portando il Misery Index al suo record (14%). Con una prospettiva di disoccupazione particolarmente nera l’indicatore non pare poter cambiare direzione facilmente.

L’US Misery Index: sotto osservazione. La discesa da 8,3% a 8,1% del tasso di disoccupazione di agosto non è stata sufficiente per compensare l’aumento dell’inflazione (dal 1,4% al 1,7%). Come risultato l’US Misery Index è cresciuto lievemente. Sebbene la disoccupazione americana sia molto meno preoccupante di quella europea, rimane comunque un fattore di rischio per quanto concerne le prospettive del Misery Index.

Il Misery Index del Regno Unito punta al nord. Pur essendo in possesso dei soli dati di luglio, si può prevedere, in attesa dei prossimi, che la disoccupazione e l’inflazione deterioreranno l’indice come previsto nel grafico.

 

Spagna e Grecia: Misery Indices convergenti. L’indice di miseria della Spagna ha superato quello della Grecia nel secondo quadrimestre e ora è circa il doppio di quello della zona Euro (25,93% contro 13,7%). Con tassi di disoccupazione del 24% in entrambi i paesi è chiaro da dove derivino le loro performance. L’inflazione annua dei due paesi è più soddisfacente con un 1,3% contro un 2,4% della zona Euro (dati di giugno), ma sfortunatamente i continui piani di austerità influiranno negativamente sulla domanda interna e quindi sulla disoccupazione portando il Misery Index a livelli più elevati.

Contesa tra Cina e Giappone per le isole Senkaku

 

Ultimi aggiornamenti della contesa tra Cina e Giappone per le isole Senkaku/Dyaoyu.

Jin Baisong, Chinese Accademy of International Trade, ha suggerito al governo cinese di effettuare un attacco ai bond giapponesi per mettere in ginocchio il paese finché questo non si deciderà a cambiare idea sulla nazionalizzazione delle isole Senkaku/Dyaoyu (La Cina è il maggior creditore del Giappone con 230 miliardi di dollari di bond detenuti).

Questa provocazione segue l’avvertimento del generale Xu Caihou, China’s Central Military Commission, rivolta a i militari cinesi di tenersi pronti per possibili scontri; e l’ingresso nelle acque delle isole contese da parte di sei navi di pattuglia della repubblica popolare contraria alla nazionalizzazione delle isole.

Il Segretario della Difesa americano Leon Panetta chiama alla calma i due stati e si dichiara neutrale, mentre Kurt Campbell, Assistant Secretary of State for East Asian and Pacific Affairs, ha ricordato che le isole sono incluse nel patto di difesa reciproca tra Usa e Giappone.

La Cina accusa gli Stati Uniti per le esercitazioni di questi giorni nelle isole Tinian e per gli investimenti e incoraggiamenti nei confronti della difesa del Giappone accusato infatti di voler costruire nelle isole una base per la difesa da missili balistici.

Il People’s Daily, giornale di propaganda del Partito Comunista Cinese, riporta l’ammonimento di Zhang Zhaozhong, professore militare del PLA National Defense University: “esercitazioni militari tra USA e Giappone ci sono tutti gli anni, ma questa è la prima volta che le esercitazioni si sono focalizzate sull’invasione di isole”.

Zhan Zhaozhong si era già messo in evidenza, nel novembre del 2011, per aver dichiarato che la Cina non avrebbe esitato ad allearsi con l’Iran in caso di attacco, e successivamente, all’inizio di quest’anno, per aver annunciato che avrebbe usato pescherecci caricati di esplosivo in attacchi suicida contro il nuovo cacciatorpediniere della Difesa USA per la strategia nel pacifico.

In mezzo a queste manovre politico/militari alcuni dissidenti cinesi iniziano ad affermare che la Repubblica Popolare stia dietro l’organizzazione di alcune delle proteste susseguitesi in questi giorni.

PER APPROFONDIRE:

*Le pagine qui elencate sono anche le fonti del presente articolo.

 

L’Iran invia un sottomarino e un cacciatorpediniere nel mezzo dell’esercitazione navale internazionale

Lo Stretto di Hormuz

L’Iran ha inviato un sottomarino Tarag-901 della Classe Kilo ed un cacciatorpediniere Sahand nel mezzo dell’esercitazione navale internazionale che si tiene in questi giorni nel Golfo Persico nei pressi dello Stretto di Hormuz, una delle vie più importanti per il commercio del petrolio. Partecipano all’esercitazione almeno 30 nazioni tra le quali Stai Uniti, Gran Bretagna, Francia e numerosi altri paesi. Il movimento strategico, ordinato dall’Ayatollah Ali Khamenei, arriva all’indomani delle dichiarazioni di Tehran di avere l’intenzione di chiudere lo stretto qualora si verificasse un attacco da parte di Israele e del congiunto di paesi presenti nel golfo, ipotesi che sembra piacere al Primo Ministro Israeliano Benjamin Netanyahu. Mohammad Ali Jafari, comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica dell’Iran, ha invece dichiarato di sentirsi tranquillo sulla veridicità dei fini dichiarati per la presenza delle navi nel golfo: “Questa esercitazione è una esercitazione difensiva e non ne percepiamo nessuna minaccia”.

Apocalisse Fiat

Il Giorno del Giudizio sembra essere alle porte per la Fiat, Fabbrica Italiana Automobili Torino, che le Fabbriche in Italia vorrebbe chiuderle o cederle, e le Automobili vorrebbe farle a Detroit.

Interpreta contemporaneamente i  ruoli di profeta, salvatore e angelo sterminatore, l’amministratore delegato Sergio Marchionne.

 

L’articolo che segue, firmato da Massimo Mucchetti e pubblicato dal Corriere.it  offre un’accurata analisi della crisi che attanaglia il lingotto che si conclude con la soluzione più razionale.

 

Il Lingotto e la carta tedesca

Tanto tuonò che piovve. Incalzato da Diego Della Valle e da Cesare Romiti, l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha rilasciato un’intervista a la Repubblica che ha titolato su 5 delle 6 colonne della prima pagina: «La Fiat resterà in Italia». Lo strillo promette, ma possiamo dirci tranquillizzati? La risposta è: no. Ecco perché.

L’esternazione del top manager era stata preparata, il giorno prima, da un lungo elogio dell’economista Alessandro Penati. Perché, si era chiesto Penati riecheggiando l’ex direttore dell’ Economist , Bill Emmott, negli Usa si osanna Marchionne e in Italia lo si critica in modo così aspro? Perché questo Paese è conservatore e consociativo, refrattario all’economia di mercato, è stata la risposta: identica a quella del giornalista britannico. Musica per la Torino del Lingotto. Una beffa per la Torino operaia, anzi per l’Italia operaia. Un rebus per la classe imprenditoriale divisa tra chi crede ancora nelle virtù taumaturgiche di Marchionne e chi ormai manifesta scetticismo, anche senza ricorrere ai toni sgarbiani del signor Tod’s, che possono sì fissare un concetto nell’immaginario collettivo ma di sicuro non aiutano a risolvere i problemi. Certo, né a Penati né a Emmott viene il dubbio che gli osanna americani dipendano dal fatto che a Detroit si lavora a pieno regime, mentre a Mirafiori si riesce a farlo solo 3 giorni al mese; che negli Usa l’industria automobilistica è stata salvata dai miliardi della Casa Bianca, mentre in Italia il governo – Berlusconi o Monti, in questo caso cambia poco – non può o forse anche non vuole fare alcunché. E tuttavia, nonostante l’assist, il leader della Fiat non ha dissipato nessuno dei timori sul ridimensionamento degli investimenti Fiat in Italia.

Marchionne ha speso due argomenti, peraltro non nuovi: a) la Fiat non ha progettato altri modelli per l’Europa e i mercati evoluti perché, se l’avesse fatto, avrebbe perso miliardi data la crisi epocale della domanda di automobili; b) il buon momento della Chrysler serve a salvare la Fiat in Italia.

Sul primo argomento è inutile ripeterci troppo. Gli altri produttori di automobili non hanno interrotto i cicli di rinnovo dei modelli, la Fiat ha saltato gli ultimi due. Tutti ciechi, gli altri? Marchionne, con la benedizione del suo azionariato, ha scelto di concentrare le munizioni sul fronte più promettente in questo momento: gli Usa. Ma ci andrei piano con i miti globali. Globali sono la Toyota, la Volkswagen, la Ford, la Gm, la Mercedes, la Bmw e la Renault-Nissan. Vista in prospettiva, la Fiat non appare molto più globale di com’è stata altre volte in passato. Ci fu un’epoca in cui la Fiat possedeva la Seat in Spagna (ceduta a Volkswagen), la Simca in Francia (finita alla Chrysler), la Zastava in Jugoslavia. La Fiat aveva già la grande unità produttiva polacca. A Belo Horizonte ha aperto negli anni Settanta: il Brasile l’hanno scoperto gli arzilli vecchietti. In Unione Sovietica, Agnelli e Valletta erano andati ancor prima. Non aveva gli Usa, la Fiat. È vero. Ma di questo passo si sta giocando l’Europa. E l’Europa non è solo un mercato ancora grande, ma anche e soprattutto è il cuore e la testa dell’automobile. Molto più degli Usa, dove si fabbricano principalmente dei baracconi. Alla fine, quale sarà il saldo?

Sul secondo argomento, servono ancor meno parole. Marchionne avverte: «Se la Fiat vuole essere partner di Chrysler, deve essere affidabile». Ma non ci era stato detto che era stata la Fiat a comprare la Chrysler? E Steven Rattner, l’obamiano zar dell’auto, non aveva bocciato l’autosalvataggio della casa di Auburn Hills perché era indietro di 10 anni? Adesso scopriamo che la legge la dettano dall’altra parte dell’Atlantico. Non perché siano capaci di fare macchine migliori, ma perché di là si guadagna, dopo aver perso a rotta di collo. E si guadagna perché il governo ha pagato con i denari dei contribuenti la chiusura di decine di stabilimenti e ha dunque tagliato i costi fissi di Detroit. Esauriti i due argomenti, eccoci ai silenzi.

Nel pur lungo colloquio, il capo del gruppo Chrysler-Fiat non ha affrontato i tre nodi reali sui quali la Fiat Spa è chiamata a fare i conti. Il primo è la sovraccapacità produttiva in Europa. La recessione l’ha accentuata, ma c’era anche prima e rendeva fin da subito poco credibile il raddoppio della produzione previsto da Fabbrica Italia. In sede Acea, l’associazione europea dei produttori di auto, Marchionne ha sostenuto l’idea di coordinare le chiusure delle fabbriche di troppo e di assegnare alle società incentivi pubblici alla bisogna. Com’era avvenuto per l’acciaio. Ma per i tedeschi solo le case non abbastanza brave hanno fabbriche in eccesso. Dunque, chiudano loro, e senza aiuti di Stato. Marchionne ha attaccato i tedeschi. È stato respinto. Che cosa conta di fare, adesso? Torino ha già lasciato Termini Imerese. La francese Psa dice che, forse, taglierà 8 mila posti. La Opel, probabilmente, smantellerà qualcosa. Ma non basta. Anche perché la Fiat va peggio della concorrenza ed è dipendente da un mercato, quello italiano, che soffre più di tutti. Promettere che la Fiat resterà in Italia significa poco se non si spiega con quanti stabilimenti, con quante persone, con quali risorse e per fare che cosa. Sostiene Marchionne: «Mi impegno, ma non posso farlo da solo. Ci vuole un impegno dell’Italia». La storia dei suoi investimenti – tutti sussidiati dai Paesi dove li ha fatti: Usa, Brasile, Serbia – fa sospettare che Marchionne stia per bussare a quattrini con il governo. Se così non è, restiamo in attesa di capire in che cosa consista il «contributo dell’Italia».

Il secondo nodo su cui continua il silenzio è la disponibilità della Volkswagen ad acquistare il marchio Alfa Romeo, assieme a uno stabilimento italiano che, altrimenti, verrebbe chiuso. Il Corriere sta dando informazioni in materia. Abbiamo anche indicato il nome della banca – la Lazard – che ha presentato l’idea sia a Marchionne sia ad Elkann. Oggi aggiungiamo che esperti tedeschi hanno visitato tutti e quattro gli stabilimenti in teoria papabili: Mirafiori, Cassino, Melfi e Pomigliano. Hanno pure stilato un rating . Queste visite fanno pensare che qualcosa possa accadere. Che magari entri nel pacchetto anche un po’ di tecnologia. Stupisce il disinteresse di Cisl e Uil e dei sindacati minori davanti alla possibilità che un investimento estero, fatto dalla casa automobilistica più forte d’Europa, venga a risolvere una parte dei problemi aperti dal declino della Fiat in Italia e a portare un po’ di concorrenza. E stupisce anche il silenzio dei tanti aedi della concorrenza. Temono di disturbare i manovratori? In ogni caso, questa è anche materia del governo che parla tanto di attrarre i capitali esteri e forse farebbe bene a intervenire prima che le situazioni degenerino come a Termini Imerese o, per altre produzioni, a Portovesme.

Il terzo punto sul quale Marchionne tace è quello finanziario: del debito e della moneta. Il debito Fiat è ancora considerato spazzatura, le sue obbligazioni junk bond . Pesa certamente il rischio Italia, ma ancor più pesa il rischio Fiat-Chrysler (nonostante i primi profitti americani). Basta confrontare i differenziali tra i Btp e i Bund e quelli tra le obbligazioni Fiat e le obbligazioni Volkswagen per accertare come da anni i primi siano inferiori ai secondi. Che cosa ha in animo di fare la Fiat per risalire la china che la svantaggia nella competizione con case che già investono di più e in aggiunta si finanziano a tassi inferiori? Che senso ha benedire Monti e non porgli il problema dei tedeschi che finanziano le vendite ai clienti a tasso zero o quasi grazie al fatto che entrambi, noi e loro, stiamo nell’euro, ma loro sopra e noi sotto?

Prima che sia troppo tardi, e cioè prima che la politica del carciofo adottata da Marchionne abbia consumato anche l’ultima foglia, è forse il caso di affrontare la questione Fiat come una grande questione industriale del Paese, nel rispetto dei ruoli di ciascuno, ma andando tutti – azionisti, management, sindacati, banche e governo – oltre le chiacchiere vaghe e il duello infantile tra paure e desideri per cominciare ciascuno, da adulto, a prendersi le proprie responsabilità.

Fonte: articolo firmato da  Massimo Mucchetti e pubblicato sul Corriere.it. Clicca QUI per accedere al sito e fruire di tutti gli approfondimenti a disposizione)

Inizio della Cultura della Vita in Bolivia

Il Ministro degli Esteri boliviano David Choquehuanca ha reiterato che il prossimo 21 di dicembre, data nella quale si prevedono fenomeni astrologici, sarà la fine degli alimenti e bibite artificiali per dare il passo agli alimenti e bibite naturali: “Sarà la nascita di una vita migliore”.

Il Presidente boliviano Evo Morales e il Ministro degli Esteri David Choquehuanca

L’autorità ha spiegato che in questa data, secondo informazioni scientifiche, si avrà un allineamento dei pianeti che porterà cambiamenti per l’umanità. Il Ministro ha parlato ampiamente del tema durante l’incontro “Rotta al 21 dicembre per il risveglio della coscienza” che si è tenuto nella sede della Cancelleria: “…cosicché quando io ho detto che deve essere la fine della Coca Cola e l’inizio del Willkaparu e del Mocochinchi, sto dicendo proprio questo: che deve essere la fine dell’alimentazione e delle bevande sofisticate e l’inizio delle bevande naturali e dell’alimentazione più naturale”, ha ripetuto Choquehuanca.

Le giustificazioni arrivano a circa due mesi dalle precedenti affermazioni del Ministro degli Esteri che, nella località di Copacabana, aveva annunciato l’espulsione della Coca Cola dalla Bolivia in concomitanza con il solstizio d’estate dell’emisfero australe, il 21 dicembre, e con l’inizio delle festività per l’occasione proclamate presso la Isla del Sol, luogo sacro alla cultura pre-ispanica sul lago Titicaca, dove si raduneranno i rappresentanti dei popoli indigeni.

Il Ministro aveva dichiarato: “Il 21 dicembre 2012, in tutto il territorio della Bolivia, daremo inizio, in concomitanza con il Calendario Maya, alle celebrazioni nazionali per la fine dell’era del capitalismo e l’inizio della Cultura della Vita. Il 21 dicembre 2012 sarà l’inizio della fine dell’egoismo e l’inizio della fine della divisione. In tale occasione verrà applicata la nuova legge in materia sanitaria che segna anche la fine della presenza della Coca Cola, di cui verrà vietata la produzione, la distribuzione e la vendita. E’ anche la data dell’inizio del Mocochinchi (Bevanda tradizionale locale al gusto di pesca e frutti tropicali). Tutto ciò avverrà per amore di Pachamama, la nostra Madre Terra che tutti noi rispettiamo”, aveva poi aggiunto: “I pianeti si allineano dopo 26.000 anni. È la fine del capitalismo e l’inizio del comunitarismo¨.

Evo Morales, presidente della Bolivia, aveva aggiunto: “in data 21 dicembre, rispetteremo la formalità del Calendario Maya dichiarando conclusa per sempre la società capitalista del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e chiamo quindi a raduno tutte le popolazioni indigene in Sudamerica, i loro discendenti e simpatizzanti, per celebrare in spiaggia nella Isla del Sol la prima “Riunione Mondiale degli Indigeni” per cominciare ad organizzare i progetti relativi a una nuova interpretazione della società e delle relazioni tra persone”.

Foglie di coca

Le esternazioni del Ministro degli Esteri si aggiungono agli attacchi precedentemente sferrati dal congiunto del governo di Evo Morales contro i simboli del capitalismo globale ed in particolare contro la Coca Cola. L’azienda di Atlanta ed il suo prodotto sono vittime di uno speciale accanimento da parte del governo che però pare essere giustificato dai comportamenti tenuti in tema di: diritti sindacali, condizioni di lavoro, processi e ritmi di lavoro insostenibili per i lavoratori e l’ambiente, condizionamenti politici e, non ultima, diffusione di abitudini di alimentazione ormai globalmente ritenute sbagliate. Proprio in Sudamerica il sindacato Sinaltrainal denuncia casi di sequestro, torture, minacce e soprattutto la morte di undici tra lavoratori e leader sindacali per le quali è ritenuta responsabile la Coca Cola Company spalleggiata dagli squadroni della morte paramilitari. Nelle parole di Choquehuanca è velata inoltre l’intenzione di preservare la coltivazione di foglie di coca dallo sfruttamento delle aziende straniere che secondo il governo, smentito però dalle aziende interessate, farebbero sempre più largo consumo di derivati della foglia di coca per i loro prodotti, uno tra tutti appunto la Coca Cola. Nel gennaio del 2008, in occasione del referendum per approvare la nuova costituzione voluta da Morales (passato con larghissima maggioranza e dove la foglia di coca viene definita “patrimonio culturale della Bolivia e fattore di coesione sociale”), il presidente aveva dichiarato che era arrivato il momento di porre fine all’immonda piaga della presenza della criminalità organizzata per contrabbandare la cocaina nel mondo, e che i coltivatori boliviani hanno il diritto di essere legittimi proprietari: delle proprie terre, delle proprie piante e derivati e del proprio lavoro giustamente pagato. Va ricordato che la produzione di foglie di coca, secondo Forbes, rappresenta il 2% del PIL del paese, approssimativamente 270 milioni di dollari, ovvero, il 14% delle vendite agricole.

In seguito al referendum sono state denunciate ed espulse dal paese, circa 1500 società finanziarie (al 55% statunitensi, al 30% italiane e al 15% misto olandesi-belgi) che in realtà si occupavano di gestire gli ingenti profitti derivanti dalla produzione, distribuzione e vendita delle foglie di coca. La gestione delle piantagioni è passata sotto controllo statale che le affida ai contadini locali, ed è stata vietata agli stranieri la coltivazione della foglia di coca.

Durante gli ultimi quattro anni, Evo Morales, avvalendosi di consulenti ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha protestato contro “lo strabordante investimento di multinazionali delle bibite che vengono in Bolivia e si prendono le foglie di coca per fare le loro bibite da vendere soprattutto in Usa e in Europa occidentale, senza però dire al consumatore che stanno bevendo succo di coca”. La Coca Cola, va da sé, ha protestato con vigore, sostenendo che Evo Morales dichiara il falso.

Coca Cola contro Mocochinchi

In passato, il Presidente arrivò a chiedere formalmente alla Coca Cola che dimostrasse “scientificamente” e “oggettivamente” che non c’erano foglie di coca nella bibita e chiese che l’azienda presentasse la ricetta ad un comitato scientifico dell’Onu, i cui nomi dovevano essere selezionati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La Coca Cola si rifiutò sostenendo che la ricetta fosse ancora segreta e che la libertà di commercio garantiva loro il diritto di produrre le bibite.

Il contenuto della Coca Cola ha sostanze che pregiudicano la salute e che potrebbero provocare attacchi cardiaci e tumori. Si tratta di una decisione di salute ma anche di cultura”. Da lì il ritorno a bevande e alimenti naturali quali: dal febbraio 2012 la Coca Colla, bevanda annunciata come il soft-drink che diventerà il più venduto in Bolivia, ottenuta dalle foglie di coca e volutamente scura e con etichetta rossa come il prodotto quasi omonimo; la Inka Cola prodotta in Perù con le stesse caratteristiche e già venduta in Sudamerica e in California nonostante le proteste della Coca Cola; e le bevande naturali e indigene come il Mocochinchi a base di pesca e il Willkaparu a base di mais.

Le poco decise smentite da parte dell’azienda arrivate all’indomani delle dichiarazioni di Choquehuanca hanno sottolineato la decontestualizzazione delle parole del ministro da parte dei media e l’amplificazione del messaggio che in definitiva intendeva solo annunciare la direzione che la Bolivia intende prendere verso la sensibilizzazione della popolazione in tema di salute. A tutt’oggi, infatti, non esistono atti ufficiali che avvalorino le affermazioni di due mesi fa che a questo punto appaiono essere state più un atto simbolico e propagandistico piuttosto che una dichiarazione di intenti.

Nonostante questo bisogna sottolineare che se anche fosse stata una decontestualizzazione non si può fare a meno di notare il substrato di repulsione che il paese prova: per lo stile di vita occidentale e globalizzato, e per i modi a dir poco arroganti di insinuarsi nei territori da parte delle multinazionali. Questo e la determinazione di un popolo nel restare attaccato alle proprie origini spiegano i fatti sopra descritti nonché quello di cui è protagonista un’altra multinazionale americana, la McDonald’s, che dopo 14 anni di tentativi per ingraziarsi il gusto degli abitanti delle più grandi città boliviane ha volontariamente deciso di abbandonare il paese a causa dei propri pessimi risultati economici.

McDonald’s chiude i suoi ristoranti in Bolivia

Di fronte a questa disfatta commerciale senza precedenti i creativi e gli addetti al Marketing nonché i vertici dell’azienda hanno affermato “Non siamo riusciti ad imporre il nostro marchio tra le abitudini alimentari del popolo boliviano”, affermazioni che, insieme al documentario fatto per l’occasione “Why did McDonald’s Bolivia go Bankrupt”, hanno come obiettivo primario, secondo alcuni, quello di mascherare il boicottaggio di cui sembra esser stata vittima l’azienda e capace il popolo boliviano, per loro l’Apocalisse annunciata per il 21 dicembre non sarà altro che il passaggio ad una civiltà migliore e ad una nuova epoca dell’oro, per dirla con le parole di David Choquehuanca “ la fine dell’era del capitalismo e l’inizio della Cultura della Vita”.

*Questa pubblicazione fa riferimento e cita alcuni passaggi dell’articolo di Sergio Di Cori Modigliani pubblicato nel suo blog a questo link.

Apocalisse Zombie

[Apocalisse Zombie]

Non so se ne avete gia’ sentito parlare ma esiste su facebook un gruppo fondato dal “movimento dei grillini” (vicino quindi al Movimento a 5 stelle di cui e’ leader Beppe Grillo) che tende a “trasformare” in zombie gli avversari politici. A farne le spesse personaggi illustri come Giovanni Favia dopo il clamoroso fuori onda in cui dice che nel “non-partito” fondato da Grillo manca la democrazia interna.
Gli Apocailttici sanno che gli zombie politici ci stanno portando alla rovina ma le immagini proposte dal gruppo facebook sono di sicura ilarità e ne consigliamo la visione quantomeno per strapparci un sorriso. Eccone un esempio:

 

Gli Apocalittici – la serie TV

Gli Apocalittici su national geographic

Serie TV – Gli apocalittici – National Geographic

 

Il giorno 24 Settembre alle ore 20.55 iniziera sul canale del National Geographic la serie televisiva dedicata agli apocalittici. Verranno raccolte testimonianze di persone che si preparano all’avvento dell’apocalisse cercando di sfuggire, aggirare, prepararsi ad ogni tipo di evento. Consigliamo vivamente di seguirla e di tenere come riferimento il nostro blog per le vostre testimonianze utilizzando la nostra Pagina dedicata alle comunicazioni per National Geographic.

Di seguito la trama della serie TV:

L’espressione “apocalisse” o “fine del mondo” nell’immaginario popolare è associata all’idea di un evento talmente catastrofico da comportare la conclusione definitiva della civiltà umana per come la conosciamo. Tuttavia ci sono persone fermamente intenzionate a vendere cara la pelle, e che giorno dopo giorno si stanno preparando con ogni mezzo per resistere a un’eventuale catastrofe di proporzioni escatologiche.

Benvenuti nel mondo degli Apocalittici, gente peraltro comune che ha deciso di organizzarsi per sopravvivere a ogni tipo di evento razionalmente prevedibile e potenzialmente disastroso per l’umanità: che si tratti di terremoto, incidente nucleare, collasso economico, crisi energetica o attentato terroristico.

Spinti da credenze e motivazioni di volta in volta razionali o bizzarre, i cosiddetti “preppers” non esitano davanti a nulla pur di attrezzarsi per fronteggiare qualunque incerto della vita. Ma tutti questi sforzi hanno una reale ragione di essere? E fino a che punto possono offrire una protezione efficace in caso le cose volgano al peggio?

Con l’aiuto dei suoi esperti National Geographic Channel ci accompagna in un appassionante viaggio di esplorazione tra le “roccaforti” degli Apocalittici che metterà a confronto rischi e benefici delle varie strategie adottate.

 

Queste le programmazioni:
Lunedì 24 settembre ore 15.44 – Presentazione
Lunedì 24 settembre ore 20.55 – Armati per la fine del mondo
Lunedì 24 settembre ore 21.55 – I profeti dell’apocalisse
Martedì 25 settembre ore 00.50 – Armati per la fine del mondo

Se i nazisti fossero (stati) evasori?

Si inserisce necessariamente come appendice del nostro particolare per-corso di economia, Crisi Economica e Profezie,  l’articolo di Ermanno Cavazzoni apparso nel prestigioso inserto culturale dell’edizione domenicale del Sole 24 ore. Quando si parla di “evasione fiscale” sono lampanti gli effetti apocalittici sulle economie ed è quasi impossibile trovare economisti pronti a riconoscerne qualche effetto positivo. L’evasione fiscale è il male assoluto perpetrato da un  più o meno folto, a seconda delle culture nazionali,  drappello di furbi e manigoldi che sottraggono soldi destinati al benessere generale sotto forma di beni e servizi pubblici per insaccarli nelle loro tasche. Nulla da obiettare. Ma dove non arriva la scienza esatta dei numeri, dove non arriva la scienza sociale dell’economia, arriva la “letteratura”, qui assunta nel suo senso più ampio che riesce a fare  dell’immaginazione il necessario strumento di analisi e riflessione altrimenti mancante. Ermanno Cavazzoni, se i nazisti fossero evasori