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Anonymous attacca Israele

Mentre il bilancio delle vittime a Gaza continua ad incrementarsi, fazioni all’interno di Anonymous, il famoso collettivo di hackers, si sono scagliate contro i siti web israeliani come forma di sostegno nei confronti dei palestinesi.

 

A partire dalle ore 10:00 di giovedì mattina (9:00, ora italiana), hackers associati al collettivo Anonymous hanno iniziato un attacco DdoS su larga-scala contro i siti web appartenenti alla Israeli Defence Forces, al Primo Ministro Netanyahu, e a società di sicurezza e finanziarie.

Su Twitter, l’account @AnonymousPress, un account legato molto strettamente al collettivo, ha postato un messaggio che riferiva dell’avvenuto offuscamento di più di 40 siti web appartenenti al governo e all’esercito.

Secondo l’account Twitter @AnonymousPress, il collettivo sta lavorando per assicurare che l’accesso ad internet di Gaza non sia sospeso.

“Ai residenti di Gaza e dei “Territori Occupati”, sappiate che Anonymous sta al vostro lato in questa battaglia. Noi faremo tutto ciò che in nostro potere per ostacolare le forze del male dell’IDF schierate contro di voi. Noi useremo tutte le nostre risorse per far sì che possiate rimanere connessi ad Internet per continuare a trasmettere al mondo quello che accade”, ha dichiarato il collettivo in un comunicato stampa tradotto in numerose lingue tra cui l’arabo.

Articolo Correlato: Israele attacca Gaza

Anonymous ha quindi rilasciato quello che è stato denominato un “care package for Gaza”, un pacchetto con istruzioni che dovrebbero aiutare a mantenere attiva la connessione Internet di Gaza. Contiene anche informazioni su come evadere la sorveglianza dell’IDF, così come una guida alle basi del primo soccorso.

Anonymous è preoccupato infatti, che Israele possa tagliare la connessione ad Internet di Gaza al fine di impedire la copertura mediatica di un eventuale grande attacco.

“I raid sono in corso e più forti di prima. Una teoria dice che stanno organizzando un raid (veramente) grande, e per questo vogliono silenziare Internet per impedire la copertura verso il mondo esterno”, si legge in un documento rilasciato da Telecomix.

Telecomix, un’organizzazione di attivisti web che ha lavorato per restaurare la connessione Internet in Egitto durante la rivolta, sta lavorando con Anonymous per garantire la connessione di Gaza.

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Ad ogni modo secondo il New York Times, Radware, una società israeliana per la sicurezza del web, ha dichiarato che la maggior parte degli attacchi contro i siti web israeliani non hanno avuto successo. Affermazione confermata da Forbes che in una nota di Andy Greenberg afferma che la maggior parte dei siti web sotto attacco, in realtà, continuano a funzionare.


 FONTE: globalpost

European Day of Action and Solidarity, il giorno dopo

European Day of Action and Solidarity

Immagine tratta dagli scontri del 14 novembre 2012 a Roma in occasione dell’European Day of Action and Solidarity

Astensione dal lavoro e blocco dei trasporti in quasi tutta Europa, in Grecia dove la settimana scorsa il parlamento ha votato per approvare nuovi tagli, centinaia di scioperanti pacifici si sono radunati nel centro di Atene, tenendo in alto enormi bandiere di Italia, Portogallo e Spagna con striscioni che proclamavano «Quando è troppo è troppo.» e aderisce con lo sciopero generale che ha coinvolto anche giornalisti, insegnanti e i dipendenti della DEH, società per la produzione di energia elettrica. «Queste persone non sono venute ad aiutarci, ma di annunciare la nostra condanna a morte», ha detto Balassopoulos Themis che, come capo del sindacato dei lavoratori comunali, si è recato a Salonicco per partecipare alla manifestazione.

A Bruxelles i manifestanti si sono riuniti davanti alle ambasciate di Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, Cipro ed infine Germania, contro la quale hanno scagliato uova ed armati di fischietti, pentole e bandiere si sono infine spostati davanti alle sedi della Commissione e Consiglio UE; «Austerità – commenta il leader sindacale Belga Filip Peers – significa tagli nei servizi pubblici e nelle compagnie statali, e anche diminuzione del potere di acquisto della classe operaia. Austerità significa recessione, e questo rende ancora più profonda la crisi». Mentre il cancelliere tedesco Angela Merkel risponde allo sciopero dicendo: «Dobbiamo comunque fare ciò che è necessario: rompere l’apertura dei mercati del lavoro incrostati, dare ai cittadini la possibilità di lavorare, diventare più flessibili in molte zone. Noi naturalmente, chiariremo questo punto, ancora una volta e ancora una volta, nei colloqui con i sindacati.»

Marginali le manifestazioni in Germania e Danimarca, nonostante la Banca centrale tedesca, la Bundesbank, in un rapporto di Mercoledì scorso ha ammesso che la crisi del debito della zona euro è ancora il numero uno dei rischi per le banche e le assicurazioni tedesche, e la situazione non è migliorata rispetto allo scorso anno. Il leader del sindacato tedesco Michael Sommer ha messo in guardia dalle politiche del rigore che stanno mettendo in ginocchio Grecia, Portogallo e Spagna, sostenendo che i Paesi colpiti dalla crisi nel Sud Europa sono indotti a «risparmiare fino alla distruzione», ha sostenuto in un’intervista alla Deutschlandradio Kultur in occasione della giornata di mobilitazione europea indetta dalla CES, «Noi vogliamo le misure giuste contro la crisi. Questo significa che si deve investire contro la crisi, non che nella crisi si debba risparmiare». Sommer si è inoltre espresso criticamente sulle riforme, «Non si combatte questa crisi demolendo i diritti dei lavoratori, aumentando l’età lavorativa, e peggiorando i livelli minimi salariali».

In Portogallo e Spagna le proteste sono cominciate già nella notte, radunati nel tentativo di intervenire sui trasporti delle principali città, come avvenuto a Lisbona e Barcellona, bloccati anche i voli da e per la Gran Bretagna e i treni ad alta velocità sia a Parigi e che a Bruxelles, cancellati quindi oltre 600 voli della compagnia Iberica e il 45% della compagnia di bandiera portoghese, la TAP.
Il leader sindacale Portoghese: «qualunque politica che nn cerchi la coesione sociale condanna alla miseria i Paesi che hanno fatto ricorso al salvataggio», mentre il Presidente Francese François Hollande ha affermato che le manifestazioni «non mettono in discussione» la sua politica, ma che – al contrario – le danno forza, intanto piovono le critiche dall’opposizione che afferma lo stesso Presidente non sia stato in grado di fornire una risposta adeguata alle preoccupazioni dei giovani lavoratori francesi, a rischio di incorrere nella stessa sorte dei loro coetanei Europei, i quali manifestano con marce in oltre 100 città francesi intonando lo slogan: «L’austerità nuoce gravemente alla salute».

«Siamo in sciopero per fermare queste politiche suicide», ha detto Candido Mendez, capo del sindacato spagnolo mentre a Madrid, per proteggersi dalla carica di alcuni manifestanti, la polizia ha sparato proiettili di gomma e sfoderato i manganelli, sono stati numerosi gli arresti in Spagna, così come in Italia, dove in quasi tutti i capoluoghi si sono verificati scontri feroci tra manifestanti e polizia, fermati molti civili, e studenti uniti alle proteste contro i tagli all’istruzione, sequestrati diversi oggetti utilizzati sia per difesa che per attacco, contusi e feriti da entrambe le fazioni.

Beppe Grillo indignato, sul suo blog scrive: “Polizia, chi stai difendendo? Chi è colui che colpisci a terra? Un ragazzo, uno studente, un operaio? E’ quello il tuo compito? Ne sei certo? Non ti ho mai visto colpire un politico corrotto, un mafioso, un colluso con la stessa violenza” e anche “Soldato blu, tu hai il dovere di proteggere i cittadini, non il Potere. Non puoi farlo a qualunque costo, non scagliando il manganello sulla testa di un ragazzino o di un padre di famiglia. Non con fumogeni ad altezza d’uomo. Chi ti paga è colui che protesta, e paga anche coloro che ti ordinano di caricarlo (…) ci hanno messi uno contro l’altro, non lo capisci? I nostri ragazzi non hanno più alcuna speranza (…) tu che hai spesso la loro età e difendi la tua posizione sotto pagata dovresti saperlo. E’ una guerra, non ancora dichiarata, tra le giovani generazioni, una in divisa e una in maglietta, mentre i responsabili stanno a guardare sorseggiando il tè, carichi di mega pensioni, prebende, gettoni di presenza, benefit. Soldato blu non ti senti preso per i fondelli a difendere l’indifendibile, a non schierarti con i cittadini? Togliti il casco e abbraccia chi protesta, cammina al suo fianco. E’ un italiano, un’italiana come te, è tuo fratello. è tua sorella, qualche volta, come ieri per gli operai del Sulcis, un padre che ha sputato sangue per farti studiare. Sarà un atto rivoluzionario.”

FONTI:

https://www.beppegrillo.it/
https://www.huffingtonpost.com/
https://www.lettera43.it/
https://www.cbsnews.com/

Israele – Gaza, escalation “molto probabile”

L’escalation è “molto probabile”, concordano gli esperti. Mentre il botta-e-risposta tra Israele e Gaza è arrivato a quota 3 morti israeliani, 11 morti palestinesi e decine di feriti in meno di un giorno, si comincia a pensare a cosa accadrà nelle prossime ore. La memoria corre al 2008/2009 e all’operazione Cast Lead, l’ultimo massiccio intervento militare israeliano a Gaza costato la vita a 1400 palestinesi. Solo che allora la situazione regionale era parecchio diversa e i due storici nemici si confrontavano muro contro muro uno con l’altro (con Hamas, al potere a Gaza, privo del sostegno della metà palestinese facente capo a Fatah).

Oggi i palestinesi sono ancora divisi ma il presidente Abu Mazen, il partener negoziale d’Israele, è deluso dallo stallo dei negoziati e si prepara ad andare all’Onu il 29 novembre a chiedere il riconoscimento della Palestina. C’è poi la frontiera tra Gaza e Egitto che nel 2008/2009 era controllata da Mubarak e oggi dipende invece da quei Fratelli Musulmani dialoganti sì con Israele per quanto riguarda la sicurezza del Sinai ma anche legatissimi ad Hamas al punto da aver già richiamato l’ambasciatore egiziano da Tel Aviv (Israele ha fatto lo stesso). Infine c’è la crisi siriana con le alture del Golan già teatro di scambi di colpi (per la prima volta dal 1973) e il rischio di contagio nella tesissima Giordania (dove ci sono stati scontri per il costo della benzina) e in Turchia (con Erdogan pronto a premere il grilletto contro Damasco e i turchi pronti a premerlo contro di lui se dovesse trascinarli in una guerra che non vogliono).

Hamas risponderà come può alla raffica di raid israeliani (l’operazione è stata chiamata Colonna di fumo) utilizzando probabilmente tutto l’arsenale che ha giacché capisce che il momento è favorevole (fare fronte comune contro Israele ha sempre appianato sia pur temporaneamente le divergenze tra i vari popoli e i vari governi arabi). Dall’altro lato c’è il premier israeliano Natanyahu che guarda alle elezioni di gennaio e da un lato vuole evitare di arrivarci in guerra ma dall’altro non può mostrarsi più debole di quel che fu nel 2008/9 il suo predecessore e oggi possibile sfidante Olmert (Netanyahu ha poca voglia di intervenire con una operazione di terra a Gaza ma, dicono i vertici militari, dipenderà dalla reazione di Hamas).

Il punto non è tanto chi sia il comandante di Hamas ucciso, Ahmed Jabari, un uomo importante certamente, il sequestratore di Gilad Shalid nonché un super-ricercato da Israele (che ha tentato di ucciderlo più volte), ma pur sempre una figura che verrà rapidissimamente sostituita con un altro graduato delle Brigate Qassam. Il punto, spiega l’analista dell’International Crisis Group Nathan Trall, è piuttosto il momento storico in cui questa escalation avviene, un momento in cui qualcuno da Gaza fa filtrare la notizia che Hamas potrebbe anche colpire la centrale nucleare di Dimona (una sparata ovviamente, che però suggerisce il clima).

Fonte: articolo di Francesca Paci pubblicato su lastampa.it

Israele – Gaza, venti di guerra

Riprendono a soffiare venti di guerra sul Medio Oriente, con Gaza che rischia di essere al centro di un nuovo conflitto. Nelle ore successive all’uccisione del capo del braccio militare di Hamas, Ahmed Jaabari, c’è stata un’escalation di lanci di razzi verso Israele e di raid di rappresaglia isralienai: il bilancio complessivo delle ostilità è di 15 palestinese (tra cui una donna incinta e almeno due bambini, di 7 anni e undici mesi) e tre civili israeliani uccisi.

I caccia e i droni israeliani hanno bersagliato per tutta la notte obiettivi palestinesi, depositi di armi e covi di Hamas. Una campagna aerea intensa come non accadeva da tempo. I miliziani delle Brigate al-Qassam hanno reagito lanciando decine di razzi verso il deserto del Negev: la metà sono stati intercettati dallo scudo anti-missile Iron Dome, ma qualcuno è arrivato a bersaglio. Uno ha colpito un palazzo di appartamenti a Kiryat Malakhi, facendo almeno tre morti.

Dal Sudan si è fatto sentire Khaled Meshaal, capo del politburo di Hamas: «Israele ha i giorni contati». Ma Israele minaccia: «È solo l’inizio, faremo quel che è necessario per riportare la quiete nel sud». Il presidente dell’Anp, Abu Mazen, ha sospeso un tour in Europa ed è precipitosamente rientrato a Ramallah. La Russia protesta: raid «sproporzionati». E l’Iran attacca, «terrorismo organizzato». E mentre a Gaza, in uno sfoggio di retorica anti-Israele si celebrano i funerali del «martire» ucciso, sono chiuse le scuole in Israele del sud, nel raggio di 40 km dalla frontiere e chi vive a meno di 7 km non esce di casa. I caccia israeliani sorvolano Gaza, convogli di jeep militari e almeno due enormi camion con a bordo ruspe sono stati visti avanzare sul terreno: Israele, che ha già messo in preavviso i riservisti per la possibile offensiva terrestre su Gaza.

Si muove intanto la diplomazia per evitare il precipitare degli eventi. Nella notte italiana il presidente Usa, Barack Obama, ha parlato con il premier, Benjamin Netanyahu e il presidente egiziano, Mohamed Morsi: il presidente ha riaffermato il diritto di Israele di garantire la propria autodifesa dal lancio dei razzi dalla Striscia, ma ha anche chiesto a Netanyahu di evitare vittime civili. Allarmato, è sceso in campo anche Morsi («Aggressione inaccettabile, siamo accanto al popolo palestinese), che ha chiesto agli Usa di intervenire. All’orizzonte, c’è lo spettro di un bis di Piombo Fuso, l’operazione militare di Israele su Gaza a cavallo tra 2009 e 2012: 3 settimane e oltre 1.400 morti palestinesi.

Anche il numero uno della Russia, Vladimir Putin, ha telefonato a Netanyahu: il capo del Cremlino ha lanciato un appello al premier israeliano affinché le parti esercitino il massimo di moderazione, evitino un’ulteriore escalation della violenza, le cui vittime includono i civili, e facciano di tutto per riportare la situazione a uno stato di normalità”. In precedenza Mosca aveva definito «sproporzionata» l’offensiva aerea israeliana su Gaza.

 

Fonte: lastampa.it

Israele attacca Gaza

Mercoledì 14 Novembre 2012

Israele ha ucciso il comandante militare del gruppo islamico Hamas in un attacco aereo nella striscia di Gaza, e ha lanciato raid aerei nell’enclave, spingendo le due fazioni sull’orlo di una nuova guerra.

Gli attacchi marcano la più grande escalation tra i militanti di Israele e Gaza dopo il conflitto del 2008-2009, e arriva nonostante i segnali di tregua che il vicino Egitto sembrava esser riuscito a ottenere dopo l’insorgere della violenza degli ultimi cinque giorni.

Hamas ha comunicato che Ahmed Al-Jaabari, che comandava l’ala armata dell’organizzazione Izz el-Deen Al-Qassam, è morto insieme ad un’altra persona quando la loro macchina è stata spazzata via da un missile israeliano. I palestinesi hanno detto che nove persone sono rimaste uccise, incluso una bambina di sette anni.

I video da Gaza hanno mostrato il relitto carbonizzato e straziato di un auto in fiamme, mentre le squadre di emergenza raccoglievano quelle che sembravano essere parti di un corpo.

Israele ha confermato di essere il responsabile dell’attacco a Jaabari e avverte che seguiranno altri attacchi. Un testimone di Reuters ha riferito di numerose esplosioni intorno a Gaza, con gli avamposti di Hamas e le stazioni di polizia tra gli obiettivi.

 

Video del raid aereo che ha colpito l’auto di Ahmed Al-Jaabari

httpv://www.youtube.com/watch?v=XCyBaYhpwf8&feature=plcp

 

“Questa è un’operazione contro obiettivi terroristici di diverse organizzazioni presenti a Gaza”, ha commentato ai giornalisti il portavoce dell’esercito Avital Leibovitch, aggiungendo che Jaabari aveva “parecchio sangue tra le mani”.

Immediate esclamazioni di vendetta sono state trasmesse sulla radio di Hamas.

“L’occupazione ha aperto le porte dell’inferno”, ha detto l’ala armata di Hamas. Anche i gruppi più piccoli hanno promesso di contrattaccare.

“Israele ha dichiarato guerra a Gaza, e si dovranno assumere la responsabilità delle conseguenze”, ha detto Islamic Jihad.

L’escalation a Gaza arriva in una settimana in cui il conflitto siriano ha riacceso gli animi degli instabili vicini.

Hamas è supportato da Siria e Iran, che Israele considera come una crescente minaccia alla propria esistenza a causa del suo programma nucleare.

L’agenzia di intelligence israeliana Shin Bet riferisce che Jaabari era stato il responsabile dell’occupazione della striscia di Gaza nel 2007 da parte di Hamas, quando il gruppo militante islamico aveva spodestato i combattenti del movimento Fatah del suo grande rivale, il presidente palestinese sostenuto dall’occidente Mahmoud Abbas.

Afferma inoltre che Jaabari aveva istigato l’attacco che aveva condotto alla cattura del caporale israeliano Gilad Shalit in un rapimento avvenuto a Gaza nel 2006. Jaabari era stato anche la persona che aveva riconsegnato Shalit agli israeliani in uno scambio di prigionieri cinque anni dopo la sua cattura.

Il 22 gennaio, in Israele, ci saranno le elezioni generali, e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è stato messo sotto pressione affinché risponda fermamente contro Hamas, mentre i residenti del sud di Israele si lamentano amaramente per i continui attacchi missilistici.

Hamas è stato incoraggiato dall’ascesa al potere, nel vicino Egitto, di alcuni suoi mentori spirituali nella Muslim Brotherhood, quella che è vista come una “rete di sicurezza”.

Circa 1400 palestinesi e 13 israeliani sono morti nel conflitto del 2008-2009. Successivamente ci fu una pausa delle ostilità, ma la violenza si è accesa ancora una volta nei mesi recenti, e Israele ha ripetutamente avvertito delle conseguenze disastrose nel caso in cui Hamas e i suoi militanti non avessero fermato gli attacchi missilistici.

Nell’ultimo scontro, che sembrava essersi concluso martedì, più di 115 missili sono stati sparati nel sud di Israele da Gaza, e gli aerei israeliani hanno lanciato numerosi attacchi. Sette palestinesi, tre dei quali armati, sono stati uccisi, mentre otto civili e quattro soldati israeliani sono stati feriti dai missili anticarro.

Con l’aiuto dell’Iran e il commercio di contrabbando attraverso i tunnel dall’Egitto, la milizia di Gaza ha acquistato armi migliori rispetto alla guerra del 2008-2009, inclusi anche missili Grad a lungo raggio e missili anticarro del tipo sparato la scorsa settimana in direzione di una pattuglia dell’IDF.

Ma Gaza stima che 35.000 combattenti non siano ancora abbastanza contro i caccia-bombardieri F16 di Israele, gli elicotteri da combattimento Apache, i carri-armati Merkava e altri moderni sistemi armati nelle mani di una forza di 175.000 militari di leva e 450.000 riserve.

Il Shekel israeliano è sceso quasi dell’1%, al minimo degli ultimi due mesi contro il dollaro, dopo la notizia dell’attacco israeliano.

FONTE: Reuters



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L’Iran si prepara ad eventuale conflitto nucleare

 

L’Iran si prepara ad eventuale conflitto nucleare

Martedì, 13 Novembre 2012

L’Iran Air Defence Forces ha iniziato una serie di esercitazioni militari che durerà tutta la settimana, coinvolgerà 8000 soldati e numerosi sistemi elettronici di sorveglianza volti a difendere la nazione contro possibili attacchi militari da parte di Israele e Stati Uniti.

 

L’operazione è focalizzata sui test delle apparecchiature e sulla preparazione per la difesa di “ipotetici siti sensibili”, che sono suscettibili di essere attaccati in seguito ad un qualsiasi intervento proveniente dalle due nazioni. Gli ufficiali dicono che questo serve a provare la propria preparazione in vista di un possibile conflitto.

Con minacce ripetute per decadi, da parte delle due nazioni, divenute sempre più insistenti negli ultimi anni, l’Iran ha avuto molto preavviso e ha investito gran parte del proprio budget militare in armi difensive per respingere possibili attacchi dal mare o dall’aria.

FONTE: USNews

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Quattro tibetani si danno fuoco per protestare contro la Cina

Un gruppo attivo nei diritti umani riferisce che, nell’arco di 24 ore, altri quattro tibetani si sono dati fuoco per protestare contro il dominio cinese nella regione dell’Himalaya.

 

La londinese Free Tibet dice che questo è il primo caso documentato di tripla immolazione.

Il gruppo riferisce che tre monaci tibetani tra i 15 e i 16 anni si sono dati fuoco il 7 novembre pomeriggio fuori da un ufficio di polizia nel sud-est della provincia di Sichuan.

Poi nella serata una nomade tibetana di 23 anni si è immolata a ovest nella provincia di Qinghai.

Il direttore di Free Tibet, Stephanie Brigden, dice che è il più grande numero confermato di auto immolazioni in un solo giorno.

Avverte che il gruppo si attende un incremento delle proteste visto l’inizio del Congresso del Partito Comunista Cinese in questi giorni.

Dozzine di tibetani si sono auto immolati a partire da marzo di quest’anno.

FONTE: The Australian

Inaccettabile per l’Italia il blocco dei fondi per il terremoto dell’Emilia

La notizia del blocco dei fondi europei per il terremoto dell’Emilia è arrivata come fulmine a ciel sereno nel pomeriggio di venerdì 9 novembre quando Germania, Olanda, Finlandia, Svezia e Gran Bretagna avevano dato il loro “niet” all’erogazione. In serata giunse poi la notizia che Parlamento, Consiglio e Commissione Ue  avevano raggiunto un’intesa di principio per arrivare allo sblocco dei fondi che sarà formalizzata martedì prossimo quando riprenderanno i negoziati sui bilanci 2012 e 2013. Evidentemente la questione non è risolta…

In Italia è da poco conclusa la domenica di nubifragio quando è giunta  la notizia che il premier Mario Monti ha definito “inaccettabile” per l’Italia l’eventuale blocco dei fondi per il terremoto dell’Emilia conseguente al veto dei suddetti stati membri. Veto che, secondo il premier italiano, sarebbe  gravemente lesivo dei principi di solidarietà alla base della stessa Unione Europea.

Il fondo ammonta a circa 670 milioni di euro.

 

L’agenda mondiale di Barack Obama

Barack Obama è stato eletto per salvare l’America da un’altra recessione, non per cambiare il mondo. E lui lo sa bene. In cima alla sua agenda tre parole: jobs, jobs, jobs.

Ma posti di lavoro e benessere sociale non sono funzione solo del ciclo e della politica economica. Sempre più dipendono dal modo in cui l’America sta al mondo. Dalle relazioni politiche, commerciali e finanziarie con il resto del pianeta, Cina in testa, che non accetta più il Washington consensus e non dimentica che la crisi in corso è nata a Wall Street. Ma anche dalle guerre che l’America deve o dovrà combattere, anche se ne farebbe volentieri a meno. A cominciare dalla guerra al terrorismo, giunta al suo undicesimo anno. Per continuare con il possibile attacco preventivo all’Iran, d’intesa o meno con Israele, che Obama farà di tutto per evitare ma che potrebbe scoppiare per decisione di Gerusalemme e per il rifiuto iraniano di negoziare sul serio.

La differenza fra politica interna e politica estera è che l’agenda domestica si può largamente progettare, mentre il mondo è troppo vasto e imperscrutabile per chiunque pretenda di modellarlo. Fosse anche il presidente degli Stati Uniti. Specialmente un leader al secondo mandato, eletto da un paese polarizzato fra destra nostalgica della superpotenza solitaria e solipsista che fu – reazionaria in casa e bellicosa nel mondo – e centro-sinistra che vorrebbe curare il malandato orto di famiglia e riportare a casa quanti più soldati possibile. Con le casse pubbliche semivuote e con un Congresso spaccato fra Camera in mano a repubblicani spesso estremisti e Senato a maggioranza democratica limitata.

L’unico non indifferente vantaggio rispetto al primo quadriennio è che Obama non può essere riconfermato, sicché deciderà senza farsi condizionare da pedaggi elettorali.

Ad oggi, l’agenda mondiale del presidente reca tre comandamenti. Primo: stabilire che cosa fare o non fare con la Cina. Secondo: decidere se attaccare o meno l’Iran, con o senza Israele. Terzo: adattarsi al terremoto in corso nella galassia islamica – le ormai autunnali “primavere arabe” – per cercare di influenzarlo e modulare di conseguenza la guerra al jihadismo, basso continuo dell’impegno militare a stelle e strisce. Con un occhio all’eurocrisi, se dovesse rimettere in questione non solo la stabilità sociale e geopolitica europea ma la ripresa dell’economia americana.

Quanto alla Cina. A Pechino si tifava Romney. Perché Obama appare ai “mandarini rossi” come un leader inaffidabile, che finge di dialogare mentre riarma Taiwan o li attacca sulla politica ambientale. Peggio: minaccia di trattare la Repubblica Popolare come un tempo l’Unione Sovietica, strigendo attorno a Pechino insieme agli alleati e a veri o presunti amici asiatici – Australia, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, India – una cintura di sicurezza destinata a contenerne le ambizioni. Peraltro, oggi si apre il cruciale congresso del Partito comunista cinese, all’insegna di una lotta di potere che investe la nomenklatura e che ridefinirà l’approccio agli Stati Uniti e al mondo. Nei prossimi mesi, quando Obama avrà incontrato Xi Jinping, suo neo-omologo designato, potremo capire se i numeri uno e due al mondo sono destinati a cooperare o a scontrarsi.

Sul fronte Iran, Obama farà di tutto per non impelagarsi in un’avventura bellica dalle conseguenze potenzialmente disastrose. Una nuova guerra del Golfo rischierebbe di soffocare i sintomi di ripresa nell’economia americana, di stroncare la crescita asiatica, di sprofondare l’Europa nella depressione e nel caos. In questi ultimi mesi emissari della Casa Bianca hanno cercato di sondare la disponibilità di Teheran a un compromesso sul suo programma nucleare, in cambio della fine delle sanzioni e della riammissione della Repubblica Islamica nel circuito economico e politico internazionale. Ma Netanyahu, probabilmente il leader mondiale meno entusiasta del mancato cambio della guardia alla Casa Bianca, resta convinto che di pasdaran e ayatollah Israele non abbia il diritto di fidarsi. Le probabilità di una guerra che segnerebbe il secondo mandato di Obama, e non solo, paiono ad oggi superiori alle speranze di pace.

Intanto, la guerra al terrorismo continua. Il maggior successo del comandante in capo Obama è stata l’esecuzione di Osama bin Laden, insieme al ritiro dall’Iraq e al contenimento delle perdite in Afghanistan. Ma le conseguenze impreviste delle “primavere arabe” stanno aprendo nuovi fronti bellici.

Ad esempio in pieno Sahara, dove una manciata di terroristi narcotrafficanti ha piantato il vessillo di al-Qa’ida nel Mali settentrionale per farne una base del jihadismo globale. Questa almeno è la visione dominante a Washington e a Parigi (ex capitale coloniale), sancita dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che ha dato via libera a una guerra di riconquista del Sahara perduto, teleguidata da Stati Uniti e Francia. Più in generale, le convulsioni che stanno scuotendo i paesi arabi e islamici costringono Obama a inseguire gli eventi. A conferma che Washington non è in grado di determinare il futuro del Medio Oriente.

Vent’anni fa Henry Kissinger stabilì i termini del dilemma strategico Usa dopo la guerra fredda: «Viviamo l’epoca in cui l’America non può dominare il mondo né ritrarsene, mentre si scopre a un tempo onnipotente e totalmente vulnerabile». Undici anni dopo l’11 settembre, dal suo studio ovale Obama, a dispetto dell’irrinunciabile grandiosità retorica, continua a scrutare l’orizzonte attraverso quel prisma. L’audacia della speranza convive con la cognizione della realtà.

Obama, un centrista per due Americhe

 

Fonte: Limes – Clicca QUI per accedere alla pagina che contiene l’articolo

Barack Obama, il mondo che trovò quattro anni fa e le sfide che lo attendono

L’articolo che segue è stato pubblicato sul sito della nota rivista di geopolitica Limes esattamente quattro anni fa, il 18 novembre 2012, all’indomani dell’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America e ci presenta il mondo così come era visto allora dalla Casa Bianca…

Non ci sono dubbi sul fatto che l’inquilino della Casa Bianca ha segnato una discontinuità con la politica estera del suo predecessore George W. Bush, se non propriamente in termini di contenuti, in termini di forma. Se con Obama gli Stati Uniti d’America hanno dismesso la divisa di “poliziotti del mondo“, arrogandosi il diritto/dovere di imporre la propria visione di “equilibrio” e “sicurezza“, non hanno certamente fatto il minimo passo indietro relativamente alla cura dei propri interessi sullo scacchiere. Anzi, la gestione della politica estera nel segno di Barack Obama e di Hillary Clinton trova il suo miglior risultato nell’attenzione certosina ai riflessi sulla politica interna delle scelte di politica estera.

Il passaggio dall’ unilateralità alla multilateralità, accolta con entusiasmo dalle potenze alleate, ha guadagnato come valida contropartita un’ingente riduzione delle spese militari: gestione condivisa dell’ordine mondiale significa anche condivisione delle spese per gestirla. Il ritiro delle truppe dall’Iraq, annunciato durante la prima campagna elettorale, è sicuramente servito a dare un valido segnale interno di migliore gestione delle risorse economiche, ma non ha dato nemmeno la minima percezione di una diminuzione dell’attenzione degli USA rispetto ai suoi numerosi interessi in quell’area. L’aumento del contingente in Afghanistan con l’invio di 12.000 soldati è sicuramente servito a rassicurare i cittadini statunitensi che il ritiro delle truppe dall’Iraq non sarebbe stato sinonimo di smettere la guerra al terrorismo. A prova di ciò è arrivata l’uccisione di Osama Bin Laden, risultato che, pur se raggiunto con modalità discutibili (si provi ad immaginare reazioni e dietrologie se la stessa operazione fosse stata condotta esattamente allo stesso modo da George W. Bush), ha sicuramente strizzato l’occhio a buona parte dell’elettorato repubblicano. La gestione della guerra in Libia affidata per la maggiore a Francia e Gran Bretagna ha assecondato il sentimento dell’americano medio che non vede di buon occhio i propri soldati impegnati in guerre che non capisce. Il ruolo da relativo spettatore nella (cosiddetta) primavera araba che, in piena camapgna elettorale,  ha offerto il fianco dell’amministrazione ai repubblicani in occasione dell’uccisione dell’ambasciatore Chris Stevens, è forse l’unico neo nei riflessi positivi in politica interna della politica estera di Obama.

Un bilancio certamente positivo considerando anche il fatto che durante il percorso per raggiungerlo il presidente ha intercettato un Nobel per la Pace. Sarà interessante osservare se questo sottile equilibrio tra politica estera e politica interna sarà ancora così sapientemente curato e mantenuto da Obama durante il suo secondo mandato. Alla fine dei prossimi quattro anni Barack Obama non potrà ricandidarsi e, in genere, questa situazione è percepita come ottimale qualora un presidente, libero dall’ansia da rielezionone, si trovi di fronte a scelte relativamente delicate sullee sfide che lo attendono che sono di quelle che segnano un’epoca: la situazione in Medio Oriente che trova il suo punto più delicato nelle tensioni con l’Iran e tra quest’ultimo e Israele; i rapporti con la Cina; la primavera araba con tutte le sue contraddizioni e, infine, ma  non meno importante delle altre, la crisi economica mondiale.

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Il mondo visto dalla Casa Bianca

Limes, 14 novembre 2008.

 

[…]”Gli Stati nazionali, i classici riduttori di complessità nella geopolitica otto-novecentesca che avevano permesso a un’esigua minoranza bianca di dettare le regole del gioco planetario, non sono affatto defunti ma certo non possono pretendere di regolare ogni vite del meccanismo globale. Le organizzazioni internazionali, indigeste all’americanismo radicale, sono al meglio foglie di fico utili a coprire gli interessi di questo o quell’attore nazionale. Quando non si rivelano peggio che inutili negli sfortunati territori che ne ospitano le voraci strutture. Nell’attesa di un «nuovo ordine mondiale», che non si annuncia breve, dobbiamo dunque constatare che non esiste ad oggi alternativa all’anarchia migliore di una qualche forma di bilanciamento fra le maggiori potenze. Meglio, le minori impotenze.
L’obiettivo di Obama è di restaurare l’ammiraglia americana per rituffarla nel mare delle potenze emergenti o riemergenti. Non per dettar legge ma per fondare la propria assai relativa leadership sul riconoscimento reciproco dello status e degli interessi di ciascuno.
Gli Stati Uniti rimangono l’unica potenza onnidimensionale. Esprimono tuttora la prima economia, l’apparato militare supremo, il principale polo tecnologico e culturale. Possono aspirare a restarlo per qualche decennio, se riacquisteranno il senso della misura. Possono perdersi in pochi anni, se cederanno di nuovo alla tentazione di fingersi solitari padroni di un’inesistente stanza dei bottoni globale.”[…]

(Citazione dall’editoriale “Grazia sotto pressione”, da cui è tratta la carta)


Nella carta la raffigurazione di quella che è la percezione degli Stati Uniti circa la collocazione geopolitica dei vari attori nel mondo. Nell’attesa che si definisca la politica estera della nuova Casa Bianca, le relazioni internazionali della potenza americana rimangono segnate dalla distinzione tra partner, di diversa gradazione (consolidati, problematici, critici, nuovi, riemergenti, inaffidabili, ostili ma utili), e Stati sponsor del terrorismo (Siria, Cuba, Iran e Sudan), con inevitabile attenzione dedicata a quelle che sono le principali aree di guerra, guerriglia ed instabilità. Ancora da dipanare è il dubbio riguardante la collocazione strategica della Cina: superpartner o supernemica?

Fonte: Limes – clicca QUI per accedere al sito che contiene l’articolo

Scontri in Grecia

La polizia greca ha sparato gas lacrimogeni e getti d’acqua per disperdere migliaia di manifestanti che hanno invaso la piazza principale davanti al parlamento, in un massivo spettacolo di rabbia contro i legislatori dovuta al passaggio in parlamento del nuovo pacchetto di austerità.

La violenza è esplosa quando una manciata di manifestanti ha cercato di sfondare una barricata per entrare in parlamento, dove il Primo Ministro, Antoins Samaras, sta tentando di far passare una nuova legge di austerità nonostante l’opposizione di una parte della coalizione di governo.

Ma la sessione parlamentare è stata brevemente interrotta quando i parlamentari si sono messi in sciopero e sono usciti dalla camera in segno di protesta.

Fuori dal parlamento riecheggiavano forti esplosioni mentre i protestanti lanciavano bombe molotov e la polizia rispondeva con gas lacrimogeni e granate stordenti. Fumo e piccoli incendi si sono visti nella strada vicino al parlamento.

Questo è accaduto dopo che un mare di greci aveva sfidato una pioggia costante sventolando bandiere e striscioni che dicevano: “O loro o noi!” e “Fermate questo disastro!”.

In tutto, circa 100.000 protestanti, alcuni cantando “Combattete! Stanno bevendo il nostro sangue!”, hanno invaso la piazza e le strade laterali in una delle più grandi manifestazioni viste in mesi, ha detto la polizia.

I manifestanti tenevano in alto bandiere italiane, portoghesi e spagnole in solidarietà con le altre nazioni del sud Europa che stanno sopportando piani di austerità.

“Queste misure ci stanno uccidendo poco a poco e ai legislatori non importa niente”, ha detto Maria Aliferopoulou, una 52enne, madre di due figli, che vive con 1000 euro al mese.

“Sono ricchi e hanno tutto, mentre noi non abbiamo niente e stiamo combattendo per le briciole, per sopravvivere”.

Il trasporto pubblico è stato interrotto; scuole, banche e uffici governativi sono stati chiusi e la spazzatura è stata ammucchiata per le strade per il secondo giorno della due giorni di sciopero nazionale, indetto per protestare contro il voto.

Sostenuti dall’opposizione di sinistra, i sindacati dicono che le misure colpiranno i poveri e salveranno i ricchi, mentre aggraveranno la recessione quinquennale che ha spazzato via un quinto della produzione del paese e portato la disoccupazione al 25 percento.

FONTE: Reuters

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=bVVzr5SxWkY

Vince Obama.

E’ stata la notte di Barack Obama che stravince facendo suo il secondo mandato di quattro anni. Il Wall Street Journal titola secco “Obama sconfigge Romney”. Determinanti  Florida e Ohio.

Gli stretti margini della differenza di voti in Ohio sono stati analizzati dagli strateghi repubblicani per capire se esistessero gli estremi per una richiesta di nuovo conteggio o per ricorsi in tribunale.La questione è stata, però, chiusa dalla telefonata di rito di Romney che ha dichiarato: “Prego per il suo successo alla guida del Paese“. Un indice di spiccata maturità democratica e un esempio di correttezza istituzionale nei cui confronti certa politica dovrebbe togliersi il cappello.

Lo Staff di Apocalittici aggiunge la sua voce, ancora insignificante, al coro delle congratulazioni al presidente Obama augurandogli un semplice e significativo

Buon Lavoro

 

Il Primo Ministro israeliano pronto ad attaccare l’Iran se necessario

Il Primo Ministro, Benjamin Netanyahu, ha detto di essere pronto ad ordinare un attacco agli impianti nucleari iraniani.

 

“Io sono, ovviamente, pronto a premere il bottone se necessario”, ha detto Netanyahu lunedì in un’intervista trasmessa dal canale televisivo Channel Two.

Domenica un nuovo rapporto ha rivelato che, nel 2010, un attacco israeliano contro l’Iran era stato ostacolato dagli scrupoli di Tel Aviv circa le proprie capacità militari, così come dall’opposizione interna all’iniziativa da parte di alcune alte cariche dello stato.

Il 2 settembre Netanyahu ha chiesto alla comunità internazionale di fissare una “chiara linea rossa” per l’Iran in modo di fermare il suo programma di energia nucleare.

Gli Stati Uniti e Israele hanno ripetutamente minacciato di ricorrere ad un’azione militare contro l’Iran, al fine di costringere la Repubblica Islamica ad interrompere il suo programma di arricchimento dell’uranio, che, secondo la richiesta di Washington e Tel Aviv, includerebbe una componente militare.

All’inizio del 2012 gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno imposto nuove sanzioni sul petrolio dell’Iran e sul settore finanziario, con l’obbiettivo di impedire agli altri paesi di acquistare il petrolio iraniano e condurre transazioni con la Cenrtal Bank of Iran.

Le illegali sanzioni, inventate per l’occasione dagli Stati Uniti, sono state imposte in base ad un’accusa non fondata che l’Iran stesse perseguendo obbiettivi non civili nel suo programma per l’energia nucleare.

L’Iran respinge le accuse, sostenendo che in quanto firmatario del Non-Proliferation Treaty (NPT) e membro dell’International Atomic Eenrgy Agency (IAEA), ha il diritto di usare la tecnologia nucleare a scopi pacifici.

Inoltre, la IAEA ha condotto numerose ispezioni agli impianti nucleari dell’Iran, ma non ha mai trovato alcuna prova che mostrasse che il programma di energia nucleare dell’Iran avesse deviato verso la produzione di armi nucleari.

Fonte Articolo: PressTV

Election Day USA 2012

Apocalittici.it segue con grande attenzione le elezioni più importanti del mondo. Barack Obama sarà ancora inquilino alla Casa Bianca o  dovrà cedere il posto al repubblicano Mitt Romney?

Il presidente in carica Barack Obama in Iowa, nell’ultimo appuntamento elettorale della campagna, ha risposto “dobbiamo finire il lavoro” a Mitt Romney che da Manchester, in New Hampshire, ha chiuso la sua campagna elettorale mandandogli a dire “da domani è un nuovo inizio“.

seguono gli orari di chiusura dei seggi dei vari Stati e i possibili effetti dei risultati sul risultato finale…


  • ore 19.00, chiudono i seggi in Virginia. Lo stato, che conta 13 Grandi Elettori, potrebbe fare da prima cartina al tornasole stabilendo se ci troveremo di fronte ad un risultato chiaro o se tra i due candidati sarà battaglia all’ultimo voto.
  • ore 19,30 chiudono i seggi dell’Ohio. Questo stato conta 18 Grandi Elettori ed è  cruciale per entrambi i candidati . Vincere qui equivale a mettere una seria ipoteca sulla poltrona in Casa Bianca. In pratica se Obama vincesse in Ohio potrebbe permettersi sonore sconfitte in Colorado, in Virginia e in Florida, senza compromettere la vittoria.
  • ore 20.00 chiudono i seggi in Florida, che conta 29 Grandi Elettori, New Hampshire e Pennsylvania.
  • ore 21 si chiudono i seggi in Colorado e Wisconsin, che valgono complessivamente 19 Grandi Elettori. Secondo gli esperti del New York Times se un candidato si aggiudicasse entrambi gli Stati spalancherebbe la sua porta della Casa Bianca.
  • alle ore 21.00 chiudono i seggi In Iowa.

 

Approfondimenti:

Come funzionano le elezioni negli Stati Uniti d’America: il sistema elettorale

I Grandi Elettori

 

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DIRETTA SULL’ELECTION DAY

Repubblica

SkyTg24

New York Times

Elezioni USA, vince Barack Obama. Il Profeta Misterioso non ha dubbi.

Tutto ha fuorchè l’aria del profeta. Sembra più un poco riuscito incrocio tra un ultrà malvestito e il Massone di Guzzanti, eppure è una scivolata a gamba tesa nell’incertezza degli esiti delle elezioni presidenziali più importanti del mondo la profezia di questo fantomatico Profeta Misterioso

 

httpv://www.youtube.com/watch?v=stEfONAX6iY

 

Il fatto è che questo Profeta più bislacco che Misterioso ha ragione. La profezia che traspare confusa dalla sua confusione è azzeccata. Anche i miei poteri di più grande numerologo del mondo, di profeta clandestino e Santone senza permesso di soggiorno,  predicono che…

 

Barack Obama sarà confermato alla presidenza delgli Stati Uniti d’America.

Non vi metterò a conoscenza, come ho fatto le altre volte, delle  cazz… emh, dei passaggi dell’analisi numerologica che mi ha rivelato quanto accadrà tra poche decine di ore, in quanto ho appena aderito allo sciopero nazionale indetto dal sindacato dei santoni e dei profeti per protestare contro i tagli al paranormale annunciati dall’attuale governo.

 

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Obama e Romney appaiati a tre giorni dalle elezioni

Il Presidente Barack Obama e lo sfidante repubblicano Mitt Romney rimangono essenzialmente appaiati nella corsa alla Casa Bianca a tre giorni dalle elezioni del 6 novembre, secondo un’inchiesta dal monitoraggio quotidiano rilasciato oggi da Reuters/Ipsos.

 

Dei probabili votanti intervistati nazionalmente, il 47 percento ha detto che rivuole Obama, mentre il 46 percento ha detto che voterà Rmoney, l’ex governatore del Massachusetts.

I risultati rientrano nell’intervallo di credibilità dei sondaggi, uno strumento usato per tenere conto delle variazioni statistiche nelle inchieste effettuati via internet.

I due uomini sono stati bloccati in un testa a testa per settimane. Entrambi stanno facendo le ultime comparse negli stati più combattuti durante il week end, cercando di influenzare il piccolo gruppo di votanti ancora indecisi e incoraggiare i loro sostenitori ad andare alle urne.

La precisione del sondaggio online Reuters/Ipsos è misurata usando un intervallo di credibilità, che in questo caso è più o meno 3,4 punti percentuali per i probabili elettori.

FONTE: Reuters

L’esercito nigeriano massacra civili a Maiduguri

Appena un giorno dopo che l’esercito nigeriano ha condannato Amnesty International per un rapporto che li accusava di torture ed esecuzioni sommarie, le truppe sono già accusate di un altro massacro nella città chiave di Maiduguri.

 

Gli abitanti hanno riferito che i militari hanno attaccato un quartiere, poi un altro, sparando a caso a bambini e adolescenti. Uno degli imam della zona ha confermato 11 morti solo nella sua strada, inclusi quattro dei suoi figli.

In tutto sono stati attaccati quattro quartieri della città, e i residenti hanno detto che le truppe ordinavano agli adolescenti e ai poco più che ventenni di uscire per la strada per essere giustiziati, colpendoli sul posto. Almeno 40 persone sono state uccise, tutte con modalità da esecuzione sommaria.

Maiduguri è la città natale del movimento del militante Boko Haram, e i militari hanno regolarmente commesso massacri, bruciato quartieri e condannato civili per aver “ospitato terroristi” nella città. L’esercito sta negando il massacro di oggi, sostenendo di non aver sentito niente riguardo a dozzine di persone giustiziate e lasciate per le strade.

FONTE ARTICOLO: Antiwar.com

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Un video mostrerebbe l’esecuzione di prigionieri da parte di ribelli siriani

Un video mostrerebbe l’esecuzione di prigionieri da parte di ribelli siriani

Un nuovo video del conflitto siriano, che circolava via internet giovedì, mostra combattenti rivoluzionari armati con fucili, prendere a calci e sottoporre a esecuzione sommaria un gruppo di prigionieri, apparentemente soldati o miliziani, in quello che gli attivisti dei diritti umani hanno descritto come un crimine di guerra, e un’altra testimonianza dell’aumento delle atrocità commesse da entrambi gli schieramenti.

 

Il video, che non può essere autenticato indipendentemente e che continua ad attirare l’attenzione di Amnesty International e di altri gruppi impegnati nei diritti umani, sembra esser stato girato a Saraqeb, una città nella provincia di Iidlib, nel nord della Siria, che è stata scena di combattimenti particolarmente brutali tra i ribelli e i fedeli nei venti mesi di conflitto.

Nel video, 10 prigionieri sono mostrati, costretti dai loro catturanti a sdraiarsi vicino, o uno sopra l’altro in quello che resta di una grande struttura distrutta che potrebbe esser stato un check-point militare. I combattenti rivoluzionari, dei quali la precisa identità o affiliazione non è chiara, gridano “Allah Akhbar!” o “Dio è grande!” mentre prendono a calci e ammucchiano i prigionieri. Dopo aprono il fuoco.

“Questo scioccante video denuncia un potenziale aumento dei crimini di guerra, e dimostra un totale disprezzo per il diritto umanitario internazionale da parte del gruppo armato in questione”, ha detto Ann Harrison, vice direttore del programma per Medio Oriente e Nord Africa di Amnesty International.

Ha detto: “Continueremo ad investigare sull’incidente, e una volta ancora esortiamo entrambi i fronti a rispettare le leggi di guerra, e di astenersi dal torturare, maltrattare o uccidere i prigionieri”.

Mentre la gran parte dei video e altre prove che fuoriescono dal conflitto siriano hanno denunciato le atrocità del governo contro i civili, sempre più spesso ci sono state denunce di abuso contro le forze al servizio del governo e i loro simpatizzanti. Il 31 luglio scorso, un video postato su youtube ha mostrato i ribelli nella città di Aleppo, al nord del paese, uccidere diversi membri di una famiglia importante con stretti legami con il Presidente Bashar al-Assad. Le vittime morirono in una pioggia di proiettili durata 45 secondi dopo esser stati costretti a sedersi lungo il muro di una scuola locale decorata con un murale di Mickey Mouse e SpongeBob.

FONTE ARTICOLO: The New York Times

La crisi economica raccontata da un’infografica del Guardian

Un’infografica interattiva del Guardian racconta la crisi economica europea al suo terzo anno.

Guardando indietro sembra solo ieri che il mondo si rese conto che l’Europa era insolvente. Purtroppo come mostra una sorta di camminata a ritroso nella memoria, un’infografica interattiva del Guardian, sono ormai passati più di tre anni da questo articolo dell’ottobre 2009 del Financial Times: “Greece vows action to cut budget deficit”, che diede il via alla crisi e nel quale il Primo Ministro di allora, George Papandreu, rivelò un enorme buco nei dati economici ufficiali, e che il deficit di bilancio era il doppio di quanto era stato precedentemente previsto. Il resto è storia, e ora la Grecia è un guscio vuoto, con la disoccupazione fuori misura, le sue finanze e l’economia nel caos ed il paese intero asservito come veicolo finanziario per mantenere solventi le banche europee e la BCE.

Obama vs Romney, chi vincerà le elezioni presidenziali USA?

Durante i tre confronti televisivi previsti prima delle elezioni i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti d’America, Barack Obama e Mitt Romney, lo sfidante, se le sono date di santa ragione. La campagna elettorale entra nel vivo e si preannuncia senza esclusione di colpi.

Secondo voi chi vincerà le elezioni presidenziali USA del 2012?

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Riassunto dell’ultimo dibattito tra Obama e Romney

Barack Obama è andato all’offensiva sulla politica estera nel terzo e ultimo dibattito presidenziale accusando ripetutamente Mitt Romney di tergiversare sulle principali questioni internazionali, ma non riuscendo ad assestare un colpo mortale alla risorta campagna del suo avversario.

Mentre il presidente è emerso come il vincitore della notte, l’incontro, che è stato cordiale e in gran parte senza incidenti paragonato con i primi due dibattiti, è destinato a non avere un grande impatto sul risultato delle elezioni.

 Obama vs. Romney

Andando al dibattito alla Lynn University di Boca Raton, Florida, Obama aveva un vantaggio intrinseco in materia di politica estera e sicurezza. Come presidente, con accesso alle riunioni giornaliere dell’intellicence degli analisti, dei diplomatici e dei generali, Obama è sicuramente meglio informato in questi campi e lo ha dimostrato dominando Romney nella prima parte del dibattito.

Il candidato repubblicano è apparso incerto in alcune occasioni e alcune volte è inciampato sulle sue stesse parole come se facesse fatica a ricordare le proprie note informative. Ha iniziato a sudare appena Obama, aggressivo dall’inizio, ha avuto la meglio durante gli scambi su Iran, Iraq e Russia, così come sulla spesa militare degli Stati Uniti.

Obama ha descritto due volte il suo rivale come “wrong and reckless” (in errore e sconsiderato, ndt) e lo ha accusato di essere “all over the map” (impiegato su tutti i fronti, ma sottinteso, in modo leggero e sconsiderato, ndt) sulle sue posizioni di politica estera. Il presidente ha trattato una serie di temi sui quali ha detto che Romney si sbaglia: dal sostegno durante l’invasione dell’Iraq del 2003, al opposizione a fissare un calendario per il ritiro dall’Afghanistan.

“Quello che dobbiamo fare per quanto riguarda il Medio Oriente è una leadership forte e costante, non una debole e sconsiderata leadership che si vuole occupare di tutto”, ha detto Obama. ”E sfortunatamente questo è il tipo di idea che lei ha offerto per tutta questa campagna, e non è una ricetta per la forza americana, o per mantenere l’America sicura nel lungo periodo”.

Ma con una sensazione crescente, sul fronte repubblicano, che dopo tutto la Casa Bianca potrebbe essere a portata di mano, Romney è sembrato accontentarsi di una performance senza gaffe, nella quale il suo principale obiettivo era quello di rassicurare il pubblico americano di non essere un guerrafondaio.

Argomento dopo argomento, dalle sanzioni iraniane al ritiro dall’Afghanistan, c’era poca differenza tra la sua posizione e quella dell’amministrazione, ma Romney ha insistito che avrebbe manifestato una forza americana più efficace. “In nessun posto del mondo la nostra influenza è più grande di quanto fosse quattro anni fa”, ha detto Romney.

Ma mentre il dibattito si supponeva fosse solo di politica estera, gli affari interni non sono stati mai troppo lontani dalla superficie e i candidati hanno colto ogni opportunità per effettuare attacchi sull’economia e sulle tasse. La stessa cosa è valsa nel dopo dibattito, dove entrambi i team dei candidati hanno dispensato commenti e analisi sullo stato della corsa ad accaparrarsi il voto degli stati indecisi.

Uno dei momenti più importanti è stato quando Obama, in un lampo di arroganza repressa, ha trattato Romeny, a proposito degli affari militari, come se fosse un bambino. In risposta all’impegno di Romney di incrementare la spesa militare, e all’accusa che la marina possieda meno navi, Obama ha ribattuto con sarcasmo:

“Lei ha citato la marina, per esempio, e che possediamo meno navi di quante ne possedevamo nel 1917. Bene, governatore, abbiamo anche meno cavalli e baionette perché la natura del nostro esercito è cambiata. Abbiamo queste cose chiamate portaerei dove atterrano gli aerei. Abbiamo queste navi che vanno sott’acqua, sottomarini nucleari”, ha detto Obama.

Ma Romney non si è abbattuto e ha recuperato nella seconda parte, in particolare quando è riuscito a portare il dibattito sulle questioni economiche interne.

Sul Medio Oriente ha detto che un attacco all’Iran sarebbe l’ultima risorsa, e che è contro un diretto coinvolgimento dell’esercito americano in Siria. Ha cercato di neutralizzare il vantaggio che Obama gode grazie all’uccisione di Osama Bin Laden insistendo che la sua politica fosse qualcosa di più che “andare oltre ai cattivi”. “Non si può uccidere la nostra via d’uscita da questo pasticcio”, ha detto Romney.

Anche Romney è riuscito ad assestare qualche colpo ad Obama, accusandolo di aver condotto “un tour di scuse” in Medio Oriente all’inizio della sua presidenza, e che questo è stato percepito dai nemici dell’America come un segno di debolezza. “Signor Presidente, l’America non è stata il dittatore di altre nazioni, Noi abbiamo liberato le altre nazioni dai dittatori”, ha detto.

L’idea che Obama sia un apologeta per i valori americani risuona con forza tra i conservatori.

Obama ha risposto descrivendo il “tour di scuse” come “probabilmente la più grande fandonia che sia stata detta durante questa campagna”.

“Se dobbiamo parlare a proposito dei viaggi che abbiamo fatto”, ha detto Obama, riferendosi al criticato giro estivo della Gran Bretagna, Polonia e Israele, “Quando io ero un candidato, il primo viaggio fu per visitare le nostre truppe. E quando andai in Israele come candidato, non andai a cercare donatori. Non partecipai a raccolte di fondi… andai… al Museo dell’Olocausto, lì a ricordare a me stesso la natura del male e perché il nostro legame con Israele sarà indistruttibile”.

I sondaggi istantanei sono d’accordo sul fatto che Obama abbia vinto la notte. Public Policy Polling ha pubblicato un sondaggio che mostra che Obama ha vinto il dibattito 53% a 42%. Un sondaggio della CNN ha dato Obama per 48% a 40%.

Ma pochi credono che lo scontro abbia influenzato il risultato della corsa elettorale che entra nelle ultime due settimane, con Romney che continua a godere del suo trionfo contro uno svogliato Obama nel primo dibattito, a Denver il 3 di ottobre.

Obama poi vinse il secondo rimettendosi in corsa e adesso anche se ha vinto il terzo, la politica estera non è uno dei temi più importanti per i votanti, ed è improbabile che risulti in oscillazioni importanti dei sondaggi elettorali.

Gli scambi verbali hanno rivelato che ci sono poche differenze principali tra i due in termini del loro approccio sulla sicurezza e gli affari esteri. Sull’Iran entrambi hanno votato che non sarà permesso avere armi nucleari. Romney ha detto che introdurrebbe sanzioni più stringenti; Obama ha detto che esse sono già quanto più possibile rigorose.

Sorprendentemente non c’era quasi nulla sull’attacco al consolato di Benghazi. Dopo aver fallito due volte l’approccio all’argomento Romney ha deciso di non tornare a parlarne.

Obama ha deriso Romney a proposito della sua affermazione che la Russia piuttosto che Al-Qaeda sia il nemico numero uno dell’America. Romney ha detto di aver inteso che la Russia sia il più grande nemico geopolitico, mentre l’Iran il più grande problema di sicurezza.

Entrambi hanno convenuto che in Siria il presidente Bashar Assad non sopravviverà. Obama ha detto che non esiste alcuna differenza tra i due sulla politica nei confronti della Siria eccetto che Romney intende inviare armi pesanti ai ribelli.

Romney ha detto che l’America dovrebbe armare i “responsabili” ribelli. “La Siria è un’opportunità per noi”, ha detto Romney. “La Siria è l’unico alleato dell’Iran nel mondo arabo… quindi, vedere la Siria spodestare Assad è una priorità per noi… Dovremmo assumere un ruolo di primo piano”.

I due hanno discordato su chi fosse il più vicino a Israele, con Romney rimproverando Obama per non aver visitato Israele durante il suo giro in Medio Oriente.

Stuart Stevens, uno dei principali consiglieri di Romney, ha detto: “Più le persone vedono il governatore Romney, più si sentono a loro agio con lui”.

Ha criticato Obama per il sarcasmo che ha mostrato sulla marina ridotta: “Io non penso che questo tono e il modo di fare sia qualcosa che la gente possa trovare attrattivo”, ha detto Stevens.

David Plouffe, uno dei principali consiglieri di Obama, ha detto: “Il presidente è stato forte. Romney era instabile”.

FONTE: The Guardian

Ancora esercitazioni di guerra, stavolta in Russia

Esercitazioni su grande scala sono state portate a termine dalla Strategic Nuclear Forces sotto il comando del Presidente Vladimir Putin, secondo il segretario di stampa della Presidenza Dmitri Peskov.

Peskov ha dichiarato che queste erano le prime esercitazioni nucleari su così vasta scala nella storia moderna della Russia.

Venerdì un missile balistico intercontinentale della serie Topol è stato lanciato con successo dal cosmodromo di Plesetsk nella regione di Arkhangelsk.

Sempre venerdì il sottomarino nucleare Svyatoy Georgiy Pobedonosets, della flotta del Pacifico, ha lanciato un missile balistico dal mare di Okhotsk al sito test di Chizha nel nord della Russia europea, mentre un bombardiere strategico Tupolev-95 e un Tupolev-160 hanno lanciato quattro missili nel sito test di Pemboi nella regione degli Urali.

Pemboi è anche diventato il sito dove le truppe russe per la prima volta sono riuscite con successo a colpire un missile cruiser con il sistema di artiglieria antiaereo terra-aria di ultima generazione Pantsir-S (SA-22 Greyhound).

Continuano quindi i test su vasta scala dopo le esercitazioni navali nello stretto di Hormuz di qualche settimana fa a cui hanno preso parte circa una trentina di nazioni.

FONTE: Voice of Russia

Obama Vs Romney – secondo round.

Non c’è bisogno di entrare nel merito dei contenuti di quello che sarà il secondo round della sfida tra Barack Obama e Mitt Romney per la Casa Bianca. Quello che interessa è prendere coscienza che l’esito delle elezioni del 6 novembre 2012 stenderà ampia ala sulle sorti del mondo. Gli indirizzi politici del Presidente degli Stati Uniti d’America,  in termini di politica interna ed estera, determinano gli scenari economici e politici internazionali. Allo stato dei fatti gli USA interpretano ancora, dopo la caduta dell’URSS di venti anni fa, il ruolo di unica superpotenza globale (continua la lettura per accedere alla diretta streaming del dibattito).

Nonostante l’impetuosa crescita dell’ultimo decennio e il riconoscimento mondiale del suo ruolo di attore importantissimo nelle dinamiche mondiali, la Cina è ancora ben distante dal poter competere con gli Stati Uniti. L’Unione Europea, che pure nell’insieme avrebbe i mezzi per riuscire a proporsi quale polo di potere concorrente sulla scacchiera internazionale, vede questa possibilità azzerata dalla mancanza concreta di istituzioni in grado di dare un reale indirizzo politico unico alla comunità.

Senza nascondere le evidenti contraddizioni del modello occidentale in termini di distribuzione e allocazione delle risorse mondiali, spesso a scapito delle aree meno sviluppate del pianeta, è nel miglioramento di questo modello, nella limatura dei suoi difetti, che vanno cercati i mezzi per far fronte alle future sfide globali. Sovrappopolazione, impoverimento delle risorse, impatto ambientale delle attività umane, sono solo le più importanti. A dimostrazione di ciò vale molto l’esempio europeo. L’assegnazione del criticato premio Nobel per la Pace all’Unione Europea  ha avuto il pregio di sottolineare quella che potrebbe sembrare un’ovvietà, ossia che il perdurare della pace tra le nazioni europee, in particolare tra Francia e Germania, ha evitato al mondo il rischio di un’altra guerra di dimensioni globali.

Di questo modello, fortemente capace di autocritica e di rinnovamento, gli Stati Uniti d’America sono gli attori principali. Per questo motivo Apocalittici.it ancora una volta punter i suoi riflettori su coloro che ambiscono a guidarli per i prossimi quattro anni.

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“Fidel Castro è morto”, rimbalza la voce su internet.

Fidel Castro è morto“. La voce è partita dal noto giornalista cubano Alberto Muller che l’ha diffusa tramite il suo blog e su Twitter. Anche il quotidiano venezuelano “El Nacional” parla di “morte cerebrale” per il Líder Máximo. Fidel Castro, indifferentemente da che parte lo si guardi, rappresenta una figura fondamentale  della storia e degli equilibri geopolitici degli ultimi 50 anni. La crisi dei missili  nell’ottobre del 1962 portò il mondo ad affaciarsi concretamente alla soglia dell’Apocalisse. E, all’epoca non erano solo chiacchiere.

 

LE CONDIZIONI-Tutti chiedono, nessuno ha la certezza. La comunità cubana in esilio a Miami non si sorprende. «Ogni giorno si parla di questa ipotesi». Ma Muller che vive a Miami sembra convinto: «Da mesi la sindrome da demenza senile di Castro si è aggravata fino al punto che il leader rivoluzionario cubano non riesce neanche a sedersi a cenare con i suoi figli». E ancora: «Non riesce più a camminare».

A CUBA– Le notizie circolano all’estero. Ma a Cuba? Risponde la blogger Yoani Sanchez: «Non ho nessuna certezza, circolano solo voci…». Voci che lo vorrebbero, appunto, morto. È da mesi che Castro non parla in pubblico e, soprattutto «non si è congratulato con Hugo Chavez per il trionfo alle elezioni e che la sua presenza è sparita dalla stampa cubana». E una grave malattia intestinale lo ha costretto, nel luglio 2006, a delegare i poteri al fratello Raul, che formalmente ha assunto la presidenza di Cuba nel 2008.

fonte Corriere.it.

Forum Mondiale per la Democrazia in pieno svolgimento a Strasburgo

Non gode troppo delle luci della ribalta, eppure il Forum Mondiale per la Democrazia, la cui prima edizione prevista del 5 all’11 ottobre è in pieno svolgimento, sta riunendo personalità politiche di alto rango, leader d’opinione, premi Nobel per la pace e attivisti della società civile, al fine di consentire uno scambio di esperienze e percezioni che faciliterà l’individuazione dei rischi ma anche delle possibili risposte alle odierne sfide sociali.

I laboratori, organizzati per temi e categorie professionali, riuniranno gli attori della vita pubblica per condividere le esperienze e le buone pratiche in materia di governance democratica, partecipazione dei cittadini e giornalismo responsabile. Durante questi incontri, aperti sia alla società civile che al grande pubblico, verranno proposte nuove iniziative per rafforzare le democrazie, incluse quelle consolidate da tempo, di fronte alle sfide odierne.
A margine del Forum, inoltre, in diversi quartieri della città di Strasburgo, città simbolo della riconciliazione tra Francia e Germania, si terranno alcuni eventi aperti al pubblico come il Salone della democrazia, un festival cinematografico, una sessione dell’Assemblea dei giovani, e numerosi altri.

Il Forum, confrontando concetti convenzionali e nuove realtà, esaminerà in che modo le democrazie possono soddisfare le aspettative dei cittadini e adattarsi ai loro diversi valori e tradizioni, segnando l’inizio di un confronto continuo reso necessario dal fenomeno che viene definito democalypse, l’apocalisse della democrazia.