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La paura dell’Apocalisse si vince in libreria

Probabilmente i buoni libri di corretta divulgazione scientifica che “rassicurano” dalla paura dell’Apocalisse non sono proprio adatti  come regalo di Natale, anche perchè a quella data la psicosi “21 dicembre 2012” sarà abbondantemente passata… di moda.  Ma andranno benissimo se regalati prima della fatidica data.  Anna Rita Longo, collaboratrice di diverse riviste a carattere culturale tra cui queryonline.it, consiglia agli apocalittici più timorosi di cercare rifugio in libreria anzichè a Bugarach, Angrogna, Cisternino o qualsiasi altro posto indicato dai soliti cialtr…, emh bene informati (per dirla alla Escansibus).

Cliccando sull’immagine troverete alcune interessanti proposte

 

I Preppers, coloro che si preparano all’Apocalisse… e non solo.

Accumulano riserve di cibo, acqua, candele, pastiglie di iodio, carburanti. Passano i week-end a imparare come accendere un fuoco, sparare, o come sopravvivere in un ambiente ostile. Il loro motto è “Spera per il meglio, preparati al peggio”. Sono i “preppers”, un vero e proprio movimento culturale che negli ultimi quattro anni sembra aver attirato sempre più persone: tutte con il fermo proposito di farsi trovare preparate, nel caso che una catastrofe distrugga il mondo così come lo conosciamo.

Quello dei “survivalisti”, per la verità, è un fenomeno che si presenta a ondate, e riflette diffuse paure sociali: negli anni ’60 i timori erano legati ai “nemici” degli Stati Uniti (tipicamente identificati con etichette come comunisti o hippies) e all’inflazione dovuta alla svalutazione del dollaro, negli anni ’70 quelli dell’olocausto nucleare e della guerra fredda, negli ’80 la catastrofe ecologica, nel 2000 il millenium bug. L’attuale ondata sembra sia iniziata dal 2008, frutto non solo delle attese catastrofiste per il 21 dicembre 2012, ma anche della crisi economica e dell’impatto emotivo di alcuni disastri naturali (molti prepper americani, ad esempio, affermano di esserlo diventati dopo aver visto le immagini dell’uragano Katrina).

Ma l’attuale fenomeno prepper ha caratteristiche nuove rispetto al survivalismo degli anni ’60 e ’70, che nasceva nell’ambiente dell’estrema destra americana e esaltava il super-uomo in grado di sopravvivere nei boschi, lontano dalla collettività. Non per nulla il suo leader era Kurt Saxon, direttore del periodico “The Survivor“, con un curriculum quanto meno particolare alle spalle: prima esponente del partito nazista americano, poi di Scientology, e infine della chiesa satanica di LaVey. Nella sua rivista insegnava a fabbricare armi e a prepararsi per il tracollo della società che sarebbe sicuramente avvenuto ad opera dei nemici della patria: i comunisti e gli studenti.

I prepper attuali, invece, hanno caratteristiche molto  diverse: sono casalinghe, impiegati, piccoli negozianti; persone apparentemente integrate a livello sociale, che hanno un’attenzione alle risorse del pianeta e all’ecologismo, e che probabilmente non sarebbero  felici di essere accostate a personaggi come Kurt Saxon. Non rispondono allo stereotipo dell’uomo barbuto che vive da solo nei boschi armato di fucile; anzi, spesso hanno una famiglia che vogliono proteggere, all’insegna della massima di Régis Debray:

Bisogna essere pazzi per non prepararsi.

Del vecchio survivalismo hanno conservato solo l’uso quasi “militaresco” di abbreviazioni e acronimi. E così i prepper prevedono la TEOTWAWKI (The End of the World as We Know It, la fine del mondo per come lo conosciamo), si preparano al momento WTSHTF (When the Shit Hits the Fan, che indica l’inizio di una generica catastrofe), preannunciano una WROL (Without Rule of Law, la società priva di leggi che si instaurerebbe in seguito) e si armano di un BOB (Bug-out Bag, la borsa con il necessario per sopravvivere le prime 72 dopo un’emergenza) e di un EDC (Every Day Carry, una mini-attrezzatura da portare con sè ogni giorno).

Un fenomeno, come si evince dai termini, iniziato tra Canada e Stati Uniti, ma che a poco a poco sta varcando l’oceano per arrivare anche in Europa. E che sta generando un ricco mercato, con forum, pagine web e negozi pronti a vendere tutto quello che può servire a un prepper, dalla maschera anti-gas ai corsi di primo soccorso. Sono sorti siti di incontri personali come Survivalist Singles e Prepper Dating (non vorrete certo affrontare la fine del mondo da soli, vero?), mentre diverse case editrici si sono lanciate nell’affare pubblicando manuali dedicati alla sopravvivenza (il più diffuso sembra essere How to Survive the End of the World as We Know It, di James W. Rawles). Costco, la più importante catena di supermarket degli Stati Uniti, ha iniziato a commercializzare kit di emergenza a prezzi popolari. E a Denver in ottobre è stata allestita “Self Reliance Expo“, la prima fiera dedicata totalmente al survivalismo.

In Francia la vendita di cibi liofilizzati ha avuto un boom in pochi anni. Oltre al volume di affari, sembra essere cambiato il tipo di clientela: non più solo sportivi e viaggiatori dell’estremo, ma anche l’insospettabile casalinga che vuole farsi trovare pronta, nel caso in cui un’improvvisa catastrofe impedisca al cibo di arrivare al supermercato sotto casa. Ariane Pehrson, fondatrice del sito di vendite on line Lyophilise, riferisce che i prepper sono ormai il 40% degli acquirenti; e tra loro spiccano anche casi estremi, come quello di un signore che ha acquistato cibi liofilizzati per 30.000 euro.

Un dato analogo è quello riportato da Hugh Vail, presidente dell’American Preppers Network statunitense, secondo cui gli acquisti di attrezzature di emergenza sarebbero aumentati del 1000% negli ultimi quattro anni.

In Italia il fenomeno è presente, ma per ora non sembra aver preso piede tra il grande pubblico, anche se esistono siti internet e pagine Facebook dedicate ai prepper nostrani.

Anche il National Geographic ha dato spazio al fenomeno, con un programma televisivo in cui si seguono e si intervistano i prepper statunitensi. La serie ha avuto un certo successo (attualmente è alla seconda stagione), e in Italia è stata trasmessa con il titolo “Gli apocalittici“. Certo, quelli mostrati dal National Geographic sono i casi più adatti a uno spettacolo televisivo, e per forza di cose i più estremi: persone che dedicano al prepping ingenti risorse economiche e gran parte del proprio tempo libero, arrivando a modificare radicalmente la propria esistenza e quella delle proprie famiglie in funzione della preparazione alle catastrofi; persone come Gloria Haswell, che passa più di 50 ore alla settimana a organizzarsi, per sentirsi pronta all’eventualità di un’inversione dei poli terrestri.

Un fenomeno legato al 2012? Fino a un certo punto. Sarebbe riduttivo inquadrarlo nella sottocultura del catastrofismo Maya: non tutti i prepper credono alla fine del mondo, e non tutti coloro che credono alla fine del mondo sono prepper. Nel grande calderone ci sono persone che hanno fatto del “prepararsi alla catastrofe” un hobby a cui dedicarsi nel tempo libero, “cum grano salis”, e che  vi impiegano le stesse risorse che altri utilizzano per un qualsiasi passatempo (secondo il sociologo Bertrand Vidal, che ha studiato a fondo la “cultura apocalittica”, la maggior parte dei prepper francesi spende  tra i 300 e i 4000 euro all’anno per prepararsi a sopravvivere).

E c’è da dire che alcuni dei caposaldi dei prepper non sono altro che consigli di buon senso, a volte diffusi e sponsorizzati anche da enti pubblici; è il caso dell’INCH bag (la borsa con generi di prima necessità da tenere a casa, a portata di mano, nel caso in cui fosse necessaria una rapida evacuazione dall’edificio) adottata comunemente in Giappone per far fronte al pericolo di terremoti.

Ma sarebbe altrettanto scorretto sostenere che le ipotesi catastrofiste sul 21 dicembre 2012 non abbiano avuto un peso nella diffusione di questo movimento. Tra i prepper ci sono persone che si stanno premunendo contro rischi generici e quelli che si organizzano per far fronte a catastrofi più specifiche, come il “big one” (il Grande terremoto), una pandemia, la crisi economica o la guerra nucleare. Fra questi, prepper che paventano rischi ben più irrazionali e improbabili: l’apocalisse zombie, il “bug” del 2038, o l’avvento dei “tre giorni di buio” preannunciati da alcuni profeti. E ci sono anche persone convinte di doversi preparare al grande sconvolgimento previsto dai Maya, all’arrivo del pianeta Nibiru o della cometa Elenin, o all’inversione istantanea dei poli terrestri: tutte paure figlie della propaganda catastrofista di quest’ultimo periodo.

Da questo punto di vista, i prepper possono essere visti come la “cartina al tornasole” di timori diffusi. Le profezie del 2012 hanno generato libri, film e programmi televisivi che hanno fatto leva sulle paure più profonde delle persone, facendo apparire probabili anche eventualità letteralmente impossibili. In fin dei conti, come scrive David Ropeik, creatore e direttore dell’Improving Media Coverage of Risk:

La percezione del rischio dipende dalle emozioni.

E se si percepisce un rischio, perché non farsi trovare preparati?

 

Fonte: articolo scritto da Sofia Lincos su queryonline.it – clicca QUI per accedere alla pagina del sito che lo contiene.

 

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  • Kit per sopravvivere all’Apocalisse

 

 

Nota:

Query è il periodico del CICAP nato nel maggio del 2010 da un’idea semplice quanto efficace: la scienza che indaga i misteri. A distanza di un mese, nel giugno del 2010, questa interessante e innovativa rivista ha visto nascere anche la sua versione online: queryonline.it.

 

Inondazione della Grotta di Lourdes, il diavolo ci ha messo lo zampino?

Don Michele Barone è il famoso sacerdote amico dei Vip da anni attivo a Medjugorje dove ha condotto pecorelle smarrite quali Claudia Kohl e Sara Tommasi. In un’intervista apparsa su Affaritaliani ha così commentato il recente allagamento della grotta di Lourdes:

Quest’allagamento verificatosi a Lourdes è un segno molto profondo, secondo me. Per il  semplice fatto che è capitato a distanza da un mese dall’incendio, avvenuto improvvisamente a Medjugorie nella notte tra il 1° e il 2 settembre, quando ha preso fuoco la collina delle apparizioni. Queste fiamme si sono protratte per 4-5 giorni, fin quasi a lambire il punto in cui è apparsa la Madonna. Mentre bruciava la collina, bruciava anche il monte Kirzvak, la montagna vicina le colline sulla quale c’è la croce messa dai croati nel 1933 come ringraziamento e che i fedeli scalano come in una sorta di Via Crucis. Hanno preso insomma fuoco i due luoghi che vengono percorsi dai fedeli che davvero vanno in pellegrinaggio a Medjugorje

A Lourdes non si è mai verificato, invece, un allagamento come quello che è accaduto nei giorni scorsi: questo perché il fiume Gave – che viene dai Pirenei, vicini a Lourdes – in passato ha avuto delle piene, ma mai è straripato in maniera così violenta. La Grotta delle apparizioni è stata sommersa da due metri d’acqua, basta guardare le foto o i video su internet. Fatto sta, che ha spazzato proprio tutto quello che si trovava nei pressi della grotta: se guardiamo la planimetria di Lourdes, vediamo un luogo enorme, immenso. Ma quando si è allagata la Grotta, dove c’è il cancello principale che dà accesso alla spianata di Lourdes, non è inondato. E la Grotta è il luogo più alto rispetto all’acqua: si sarebbe dovuta allagare la spianata e non la grotta!

E’ questa la parte più interessante dell’intervista  la cui versione integrale è disponibile cliccando QUI.

In pratica Don Michele Barone sostiene che l’allagamento della grotta ha del soprannaturale in quanto questa risulta situata in un punto più alto rispetto alla “spianata” il che,  secondo il sacerdote, costituisce la prova inconfutabile della natura demoniaca dell’inondazione.

Sarebbe interessante conoscere il parere di esperti al riguardo. La domanda è semplice:

L’allagamento della grotta di Lourdes nelle modalità in cui è avvenuto è un evento fisicamente e scientificamente spiegabile o no?

La domanda è indirizzata al CICAP, seguito sempre con rinnovato interesse dal nostro Blog, e a tutti coloro che hanno titoli e competenze necessarie a fornire una risposta chiara ed esauriente.

 

Cerchi nel grano, a Poirino svelato il segreto.

I cerchi nel grano, o circle crops,  da tempo appassionano ed entusiasmano ufologi, apocalittici, sensitivi, e sedicenti esperti di varia natura  i quali fanno a gara nell’esibire l’interpretazione più arguta dei complicati e spettacolari pittogrammi che tanta farina tolgono ai mulini. Il 19 giugno 2011 Poirino, un ridente paesino in provincia di Torino, è salito agli onori della cronaca per un incredibile quanto misterioso cerchio nel grano che la maggioranza dei suddetti personaggi hanno immediatamente stabilito essere opera di tale EA/ENKI, abitante del pianeta Nibiru. Non sono mancati collegamenti alla Profezia dei Maya e, ovviamente, al 21 dicembre 2012, alla Fine del Mondo e all’Apocalisse. Ma il segreto che nasconde il cerchio nel grano di Poirino è davvero “apocalittico“, nel senso di incredibilmente “rivelatorio“…

 

Francesco Grassi, ingegnere elettronico e sperimentatore del CICAP, ha rivelato al XII Convegno Nazionale del Comitato che si è chiuso ieri a Volterra, di avere realizzato il famoso cerchio nel grano di Poirino 2011, conosciuto in tutto il mondo come il cerchio di Enki Ea, perché si credeva contenesse un messaggio lasciato dall’extraterrestre il cui nome è legato anche alla profezia della fine del mondo nel 2012. Nella notte fra il 18 e il 19 giugno 2011 Grassi, insieme ad altri sei ricercatori del CICAP, ha creato questa formazione con lo scopo di studiare le reazioni degli appassionati di cerchi nel grano ad una serie di indizi, in parte voluti, in parte casuali, presenti nel disegno.

L’esperimento è pienamente riuscito, infatti nessuno si è interrogato sull’origine del cerchio. In compenso in tutto il mondo sono fiorite le interpretazioni sui presunti messaggi che sarebbero contenuti nella formazione. Qualcuno ha suggerito dei collegamenti con il surriscaldamento globale, altri hanno collegato il numero dei ciuffi di vegetazione non abbattuti con le coordinate geografiche di una località somala afflitta dal problema della siccità. Qualcuno ha persino visto nel disegno una rappresentazione simbolica delle costellazioni. “Credo che questo esperimento dimostri bene il processo di costruzione della credenza circa l’origine non umana dei cerchi nel grano. Da questo punto di vista, l’esperimento continua” ha detto Grassi concludendo il suo intervento e invitando tutti a confrontare le interpretazioni passate e future del cerchio di Poirino 2011.

Tutti i dettagli sulla vicenda sono raccontati da Francesco Grassi nel libro Cerchi nel grano: Tracce d’intelligenza (STES Editore) in imminente uscita. Il sito dell’autore è www.francescograssi.com.

(fonte: CICAP)

 

Insomma, con buona pace di EA/ENKI, il cerchio nel grano di Poirino altro non è che un esperimento del CICAP, e più precisamente di Francesco Grassi. La sua realizzazione è servita a confezionare una gradita sorpresa per il  XII convegno nazionale del comitato, ed è stata ampiamente documentata nel libro “Cerchi nel grano: tracce di intelligenza“, scritto da Francesco Grassi e presto disponibile nelle librerie.

Seguendo il suggerimento dell’ing. Grassi la rivelazione risulta ancora più divertente se riletta alla luce di quanto ufologi, apocalittici, sensitivi, e sedicenti esperti di varia natura hanno affermato sul cerchio di Poirino, sulla loro origine e sui messaggi che contengono. A tal proposito ho selezionato tre video ed ho eseguito un’operazione semplicissima. Ho trascritto integralmente i messaggi contenuti nel video che, spogliati delle immagini e delle musiche vagamente suggestive, sono apparsi per quello che sono: un accozzaglia di frasi che, invece di colmare lacune di conoscenza, rivelano soltanto tragiche lacune di grammatica.

 

httpv://www.youtube.com/watch?v=n_SE7Tozq4o&feature=related

Questo video presenta semplicemente il cerchio.

 

httpv://www.youtube.com/watch?v=nrpPQOby_6E&feature=related

Questo video risulta essere ben più interessante del primo, poichè è attraverso di esso che “Ninki 777” ci spiega come sono andate le cose nel seguente modo:

Circa 5000 anni fa uomini molto simili a noi scesero sulla Terra… arrivarono da un pianeta enorme molto distante dalla Terra… NIBIRU. Uno di loro EA/ENKI decise di creare l’attuale razza umana: avevano bisogno di aiuto… grazie a lui sorsero le prime civiltà… e grazie a lui Noè e parte dell’umanità si salvò dal Diluvio Universale ma loro avevano una longevità eccezionale: potevano vivere migliaia di anni questo perchè il loro pianeta ha un orbita di 3600 anni. Quindi un loro anno equivale a 3600 dei nostri. Sono forse loro che vogliono comunicare con noi attraverso i cerchi nel grano? E’ possibile visto che appare il nome di EA/ENKI. Il cerchio di Porino (TO) del 20 luglio 2011 sembra voler indicare non solo il nome di EA/ENKIma anche alcune costellazioni. 23 cerchi intorno alle punte e 27 all’interno. Vuole forse indicare i 23° e 27′ dell’asse terrestre?

 

httpv://www.youtube.com/watch?v=HXx-WaQLk14&feature=related

L’autore del terzo e ultimo video non lascia spazio a dubbi (del resto ha le sue fonti) e per rivelare la sua “sconcertante” verità  si serve di una sintassi “tendenzialmente” più attenta e di un lessico “tendenzialmente”più tecnico (in entrambi i casi “tendenzialemte” sta per “il ragazzo si è applicato ma…).

A Poirino a pochi chilometri da Torino è comparso uno spettacolare cerchio nel grano, un eptagramma di circa 40 metri. Un episodio avvenuto nella notte tra il 20 e il 21 giugno, in corrispondenza con l’inizio del soslstizio d’estate. Un fenomeno simile si era registrato l’anno scorso e aveva suscitato molto clamore per la bellezza dell’opera. A prima vista il cerchio sembra ancora migliore di quello del 2010, che era riuscito a competere per bellezza con i crops inglesi più elaborati. Secondo i miei contatti, i Fratelli del Cosmo hanno voluto indicare la rosa dei ventia 7 punte indicando che tutto ciò che è legato al clima sta mutando e la bussola magnetica del pianeta si è ormai direzionata verso un altro polo. Se guardate bene in effetti il pittogramma centrale assomiglia alla famosa rosa dei ventiche di norma parte da una serie di raggi a 4 punte per indicare i principali venti direzionali. Vi sono anche rose dei venti a 8 punte, ma occorre considerare che questa rosa dei venti realizzata dai Fratelli ne ha sette. E’ forse probabile che avendo sette punte questo pittogramma che senza ombra di dubbio parla dei nostri venti sia stato realizzato dai nostri Fratelli delle Pleiadi? Probabilmente sì, ma questa è solo una mia interpretazione secondo ciò che io conosco con ciò non vorrei influenzare le altre ipotesi di altricommenti su altri siti ma per me non vi è ombra di dubbio. Il pittogramma indica una rosa dei venti di origine pleiadiana“.

Amir di Maya

 

Che dire… caro Amir di Maya, forse è il caso di cambiare contatti.

 

Quanto avete letto e visto è sufficiente ad evitarmi una noiosa coclusione  per questo lungo discorso sui cerchi nel grano lasciando spazio ai doverosi complimenti all’ing.  Francesco Grassi per la sua divertente e interessante iniziativa.